PANE BIANCO: 109 additivi e relative problematiche

  • Pane bianco
  • Sapevate che la farina panificabile che arriva nelle panetterie comuni può contenere fino a 109 additivi diversi? La farina biologica, invece, non contiene assolutamente alcun additivo. Questo articolo riguarda non solo il pane, ma tutti i prodotti fatti con la farina bianca, ovvero dolci, pizze, ecc.  La porcheria che si consuma sotto il sinonimo di pane, è una combinazione di sostanze chimiche che sono utili solo per chi vende il pane ma che danneggiano chi lo consuma. Tutti abbiamo sentito dire che anticamente si sopravviveva a volte con solo pane e cipolla, ma chi pretende di fare una cosa simile oggi, sarebbe un suicida.

    Il pane che oggi ingeriamo, è una pasta di amido che non nutre, anzi, sovraccarica di calorie vuote e porta all’obesità e alla perdita di minerali. Chi non sa che il pane bianco produce stitichezza? Quello che non tutti sanno è che produce molte altre malattie tra le quali:

    • Obesità
    • Cancro al colon
    • Mancanza di minerali (osteoporosi, artrosi, etc.)
    • Emorroidi
    • Colesterolo
    • Diverticoli

    Gli additivi che per legge sono aggiunti alle farine sono l’acido ascorbico (E300), la L-cisteina (E920) e l’acido fosforico e i suoi fosfati (E338 – E452). Inoltre nell’estratto di malto contenuto ci sono additivi con effetto conservativo (E270, 280) e addittivi antiossidanti (E325, 326, 327). Questi additivi aumentano la forza della farina o la diminuiscono, e sono usati come agenti lievitanti e per panificare. Nei pani speciali ve ne sono molti di più perchè vengono aggiunti al latte in polvere. allo strutto, agli oli, ecc. per la conservazione, per il colore, per l’emulsione ecc. I mulini industriali usano prodotti chimici differenti per lo sbiancamento come: l’ossido di azoto, diossido di cloro e nitrosyl e perossido di benzoile miscelato con sali chimici vari. Un agente sbiancante, il diossido di cloro, combinato con le proteine qualunque siano, ancora rimaste nella farina, produce allossana. L’allossana è velenosa, ed è stata utilizzata per produrre il diabete in animali da laboratorio. Il diossido di cloro serve anche ad allungare la durata di conservazione della farina, ma non è propriamente salutare, infatti può uccidere la flora intestinale ed è usato anche nei detergenti.

    Il pane bianco e i falsi pani integrali (fatti con farina bianca e un po’ di crusca, lievito artificiale e prodotti chimici, e non ha importanza che la marca sia famosa), contengono molte delle seguenti sostanze chimiche:

    • gesso bianco
    • monogliceridi e digliceridi
    • stearoil-2-lactilato di sodio
    • azodicarbonamido
    • acido tartarico
    • diacetilo
    • glicol propileno
    • muschio d’Irlanda
    • farina di riso
    • pappa di amido
    • soia in polvere (residui di estratti di olio)
    • diossido di cloro
    • farina di pesce
    • farina di ossa
    • dose di calcio
    • fosfato de ammonio
    • bromato di calcio
    • azodicarbonato
    • polisorbato 60 e certo molto sale…

    Credete che tutto questo è aggiunto per il bene della vostra salute?

    Il gesso bianco, detto solfato di calcio, non è aggiunto per togliere le crepe dal vostro stomaco, ma perché è più facile impastare la massa da infornare pari a 250 Kg. in macchine gigantesche.

    Inoltre, nel processo di raffinazione che porta alla farina bianca, vengono persi all’incirca:

    • la metà dei preziosi acidi grassi polinsaturi (si perdono nel processo di fresatura)
    • quasi tutte le vitamine
    • il 98% del magnesio
    • l’80% del ferro
    • il 75% del manganese
    • il 70% del fosforo
    • il 50% del calcio
    • il 50% del potassioCome risultato, il resto della farina del pane bianco che si acquista, contiene solo proteine di scarsa qualità ( 9-13%) e amido modificato.

    L’osservazione di questi dati ci dice che consumare alimenti prodotti con farina integrale (meglio da agricoltura biologica) come la pasta ed il pane integrali, è una forma di alimentazione a più elevato valore nutritivo e meno dannosa all’organismo di una dieta ricca di cibi prodotti con farine raffinate.

    Per gli alimenti composti da farina bianca si parla opportunamente di “calorie vuote” in quanto assumendo troppi carboidrati semplici si giunge a:

    • aumento del glucosio nel sangue (ha lo stesso indice glicemico dello zucchero)
    • produzione di insulina (essenzialmente ormone dell’accumulo e immagazzinamento del grasso)
    • impedimento al riutilizzo del grasso
    • soppressione del glucagone (ormone che favorisce il consumo dei grassi e degli zuccheri)
    • soppressione dell’ormone della crescita (che è quello che favorisce l’aumento della massa muscolare a scapito di quella grassa)
    • aumento della sensazione di fame (per il calo del livello zuccherino nel sangue conseguente al picco di insulina).

    Infatti la farina bianca veniva usata, sciolta in acqua, per attaccare i manifesti o per rilegare i testi antichi. E’ proprio questa proprietà che, sopratutto nell’ultima parte dell’intestino, il colon, crea degli strati collosi che, col tempo possono diventare  incrostazioni molto spesse e restringere il passaggio intestinale.

    Secondo il professor Arnold Ehret, metà delle persone hanno un accumulo nell’intestino di parecchi chili di scorie mai eliminate. Anche il Dr. Jensen, sottolinea come tutto questo materiale determina un cattivo funzionamento dell’intestino, e provoca una contrazione eccessiva o insufficiente con possibile alterazione della flora batterica intestinale.

    Si possono verificare delle infiammazioni delle pareti intestinali con perdita dell’impermeabilità delle stesse a sostanze tossiche, parassiti o particelle di cibo non ben digerite che entrano così in circolo nel nostro corpo tramite il sangue o altri liquidi org]anici. Le conseguenze possono essere: emicranie croniche, allergie, acne, psoriasi ed altre malattie della pelle, disturbi alla prostata, diverticoli, gravi costipazioni, prolassi intestinali, artriti, reumatismi, disturbi cardiaci, asma, problemi respiratori, noduli al seno, perdita di vitalità, stanchezza, depressione, mancanza di concentrazione, aggressività, attacchi di panico, infezioni, infiammazioni, poliartrite, problemi ai capelli, parassitosi intestinale che porta a digrignare i denti nella notte e diverse altre ancora. [Vedi Dott. Berrino: ‘Farina 00, Il più grande veleno della storia]

    Una dieta basata sul pane bianco fatto con farina bianca che non mantiene vivi né gli insetti né gli animali da laboratorio, non può evidentemente mantenere in salute i nostri figli. L’alternativa è il pane biologico integrale.

     

    (dionidream)

    Il metodo France Guillan, France Guillan 

    Flour treatment agent 

    Scary Ingredients Used in Bread Manufacturing 

    Bread And Why Avoid Most Of It

ALLERGIE ALIMENTARI: 4.000.000 di esami inutili

Allergie alimentari

In un mondo sempre più attento al cibo, si moltiplica a dismisura il popolo dei presunti ‘allergici’ a qualche alimento. Persone che, dopo essersi sottoposti a diffusissimi ma a volte ‘fantasiosi’ test, hanno rinunciato a uno o più cibi. Ma se i veri allergici sono oltre 2 milioni, fra cui 600 mila bambini, e gli intolleranti al lattosio, al nichel o ad altre sostanze sono complessivamente non oltre 10 milioni, a questi si aggiungono però circa 8 milioni di persone perfettamente sane che, per un condizionamento psicologico e per suggestione, imputano un malessere a qualche cibo. A fare i conti sono gli esperti della Società italiana di allergologia, asma e immunologia clinica (Siaaic).

Moltissimi italiani dunque, a torto o a ragione, spendono centinaia di euro in test non validati con i criteri della medicina basata sulle evidenze, e che dunque hanno la stessa attendibilità del lancio di una monetina: “ogni anno sono 3-4 milioni gli esami inutili eseguiti per diagnosticare ipotetiche intolleranze e allergie, con uno spreco di ben 300 milioni di euro. Il ricorso a test come quelli del capello o della forza muscolare, privi di fondamento scientifico, cresce al ritmo del 10% all’anno e rischia di non far individuare i veri pazienti”. Per arginare il fenomeno e indicare cosa fare se si sospetta un’allergia, in occasione di Expo Milano 2015 la Siaaic presenta le prime linee guida per l’interpretazione diagnostica dei test validati, dedicate ai medici e in corso di pubblicazione su ‘Clinical Molecular Allergy’.

Mettendo al bando gli esami più ‘fantasiosi’, Siaaic offre inoltre ai cittadini un nuovo vademecum, utile per capire come riconoscere una reale ipersensibilità e non cadere nelle costose trappole dei test inutili, e ai ristoratori un documento-guida, perché possano accogliere senza rischi i clienti allergici.

Purtroppo le intolleranze alimentari, confuse per di più dalla maggioranza con le allergie vere e proprie, sono ormai una moda con cui si spiegano i sintomi più disparati: chi non riesce a dimagrire spesso si convince che sia per colpa di un’intolleranza, mentre nessuna di quelle reali può far ingrassare – osserva G. Walter Canonica, presidente Siaaic – Orticaria acuta, sintomi gastrointestinali e anafilassi sono i segni distintivi delle allergie, ma oggi basta avere una stanchezza inspiegabile, qualche difficoltà digestiva, mal di testa, dolori alle articolazioni o altri disturbi aspecifici e non facilmente inquadrabili per autodiagnosticarsi un’intolleranza alimentare prendendo di mira un cibo quasi a caso”.

I danni sono molteplici: se da un lato “si spendono centinaia di euro per sottoporsi a esami senza alcuna corretta validazione scientifica che hanno un costo variabile dai 90 ai 400-500 euro, proposti ampiamente attraverso i più diversi canali di vendita, dall’altro esiste anche il rischio di sottovalutare condizioni cliniche reali come un’eventuale vera allergia o una celiachia. Ne deriva che il processo diagnostico deve essere rigoroso, secondo un iter ben preciso che non può essere improvvisato”, aggiunge Canonica.

Gli esperti, mettendo al bando esami come il Vega test, il test della forza e del capello e la biorisonanza, sottolineano l’inaffidabilità di esami ‘alternativi’, che in 9 casi su 10 danno un verdetto positivo per dare al paziente l’illusione di una diagnosi, ma che in realtà hanno la stessa affidabilità del lancio di una monetina. Per aiutare i medici nell’interpretazione dei test validati e consentire anche chi non è uno specialista allergologo di indicare al proprio paziente i passi giusti da fare, dove farli e a chi rivolgersi per i test, gli esperti hanno appena pubblicato le linee guida per la diagnosi delle allergie alimentari.

“Le metodiche diagnostiche attuali sono molto raffinate e ci consentono, nel caso delle allergie alimentari, di individuare con precisione a quale porzione, proteina, dell’alimento si è realmente ipersensibili – interviene Mario Di Gioacchino, vicepresidente Siaaic e coordinatore delle linee guida – Questi strumenti sono essenziali, perché permettono di dare indicazioni ai pazienti più accurate rispetto al passato, migliorando nettamente la loro qualità di vita: in alcuni casi ad esempio è possibile consumare un frutto a cui si è allergici togliendone la buccia, oppure un alimento si può mangiare una volta cotto. Dipende dalle proteine specifiche che sono coinvolte nell’allergia, conoscerle oggi è possibile e significa anche sapere se il paziente è a maggiore o minor rischio di reazioni severe fino allo shock anafilattico”.

Le linee guida vogliono indicare ai medici il corretto percorso diagnostico, mentre “il vademecum dedicato ai pazienti vuole invece essere una ‘guida’ per riconoscere i sintomi di possibili allergie e per trovare le risposte che servono davvero”. Un semplice diario alimentare, ad esempio, è un primo e utilissimo passo per riuscire ad associare il consumo di un alimento a un’eventuale reazione. Poi, occorre rivolgersi a un allergologo evitando il fai da te con i test per le intolleranze. “Sarà lo specialista a sottoporre il paziente agli esami adeguati per capire se si tratta di un’allergia o di un’intolleranza o se pure non c’è nulla di tutto questo di cui preoccuparsi – osserva Donatella Macchia, responsabile dell’Area allergie Alimentari Siaaic – Il vademecum indica anche quali risposte ci si devono attendere da un medico qualificato e quali sono i comportamenti ‘virtuosi’ se ci si scopre allergici o intolleranti: primo su tutti, attenersi alle indicazioni dietetiche date senza cedere al fai da te”.

“Abbiamo realizzato anche un vademecum per i ristoratori – aggiunge – Oggi non è più pensabile che in un ristorante non vi sia almeno una persona in grado di rispondere ai dubbi e alle richieste di un cliente che dichiari un’allergia. Il nostro documento dà indicazioni per evitare contaminazioni nella preparazione, conservazione e nel servizio e fornisce utili informazioni per l’acquisto di materie prime sicure, tracciabili e ben etichettate. Tutto questo per rendere la vita di chi è realmente allergico sempre più semplice, sgombrando il campo dai troppi equivoci che ci sono in questo settore”.

(Adnkronos)