DIABETE E COMPLICANZE: ipertensione,amputazioni, ictus

Diabete

Amputazione degli arti, danni irreversibili alla vista ed ai nervi. Sono solo alcune delle conseguenze che possono scaturire dal diabete, una temibile patologia di cui soffre buona parte della popolazione mondiale. La pericolosità del diabete è dovuta, infatti, ad una serie di problemi di salute ad essa connessi. Chi soffre di diabete“, dice la dottoressa Karen McDermaid, diabetologa americana, “svilupperà una serie di complicazioni e disturbi più o meno gravi cui prestare molta attenzione“.

DANNI COLLATERALI E POSSIBILI SOLUZIONI

I primi danni derivanti dal diabete sono quelli di origine cardiaca. Le malattie cardiovascolari sono la principale causa di morte per le persone malate. Questo accade perché l’iperglicemia provoca un graduale accumulo di depositi di grasso che ostruiscono ed induriscono le pareti dei vasi sanguigni che, una volta ristretti, possono provocare un ictus o un attacco di cuore. Non è detto che chi soffre di diabete debba necessariamente soffrire di cardiopatia. I pazienti più a rischio, infatti, sono quelli che convivono con la patologia da più di 15 anni e quelli che hanno già registrato problemi ad occhi, reni, nervi e circolazione. Tra le categorie a rischio rientrano i fumatori incalliti, coloro che soffrono di ipertensione, ipercolesterolemia o hanno già avuto episodi di ictus. Per ridurre al minimo le probabilità di sviluppare un problema cardiaco connesso al diabete, è importante smettere di fumare, aumentare l’intensità dell’attività fisica e seguire una dieta bilanciata e sana per il cuore.

Il diabete è una delle principali cause di insufficienza renale. Almeno la metà di tutte le persone diabetiche, infatti, possono avere problemi renali precoci, complici l’ipertensione ed una certa familiarità con malattie renali croniche. 
Come fai a ridurre il rischio?
Se soffri di pressione alta, parlane con il tuo medico curante che saprà consigliarti le misure di controllo ed i farmaci necessari per curare il problema. Uno degli accorgimenti consiste nell’evitare cibi ad alto contenuto proteico prediligendo, invece, alimenti più sani ed ipocalorici.
Il diabete inoltre può portare a disturbi nervosi, chiamati neuropatie. Se i vasi sanguigni vengono ostruiti da depositi di grasso, infatti, i nervi possono essere danneggiati perchè carenti di ossigeno e del nutrimento di cui hanno bisogno. La neuropatia diabetica, così si chiama questa patologia, può provocare dolore, intorpidimento, formicolio alle gambe ed ai piedi, alle braccia ed alle dita, disturbi digestivi come nausea, indigestione o costipazione e, nei casi più gravi, disfunzioni sessuali. Ridurre il consumo di alcol e di fumo sicuramente diminuisce le probabilità di sviluppare la neuropatia diabetica. Tra le conseguenze più gravi della patologia c’è l’amputazione di piedi o gambe. Questa misura estrema si rende necessaria se i vasi sanguigni sono talmente ristretti che la circolazione ne viene irrimediabilmente compromessa. Gli effetti sono: tagli, ferite ai piedi o alle gambe che, se non curate, rendono necessaria l’amputazione. Un ottimo metodo per prevenire una simile eventualità, consiste nel mantenere i piedi e le gambe puliti ed idratati, evitando tutto ciò che potrebbe danneggiarli (camminare a piedi nudi, indossare calzini troppo sottili). Se le ferite al piede non si sanano, è fondamentale consultare il medico di fiducia che saprà dispensarci una serie di consigli. I vasi sanguigni della retina possono essere compromessi dal diabete provocando la cataratta, il glaucoma (due malattie oculari gravi) e persino la cecità. Per questo è importante sottoporsi ad un esame completo degli occhi almeno una volta all’anno e segnalare al proprio medico la comparsa di eventuali macchie strane o sfuocate nel campo visivo. La soluzione unica a tutti i malanni conseguenti al diabete, dice la dottoressa McDermaid, “consiste nel tenere sotto controllo il livello di zucchero nel sangue, la pressione sanguigna ed il colesterolo“. Uno studio condotto presso il Centro per la Ricerca Salute in Oregon ha evidenziato che le persone che perdono peso entro 18 mesi dalla diagnosi di diabete di tipo 2 sono più propense a mantenere la malattia sotto controllo a lungo termine.

QUALCHE CONSIGLIO IN PIU’

Una delle domande più frequenti che mulinano nella testa delle persone diabetiche è la seguente: “come posso gestire il diabete?
Si tratta di un quesito tanto semplice quanto importante ed imprescindibile. Instaurare un rapporto di fiducia con il proprio medico curante, è molto importante durante la cura del diabete. Sarà proprio il medico ad apportare modifiche e cambiamenti drastici al vostro menù giornaliero con lo scopo di regolare il peso e le fluttuazioni di glicemia. Perdere peso significa ridurre le calorie senza rinunciare in toto a tutto ciò che ci piace. L’importante, infatti, è consumare piccole porzioni; concentrarsi su alimenti a basso contenuto di grassi e non saltare i pasti. Se avete sete durante il giorno, versatevi un bicchiere di acqua con l’aggiunta di limone, se preferite. Bevande come succhi di frutta e alcool possono soddisfare la sete ma sono anche cariche di calorie e di zuccheri. Evitate, infine, dolcificanti come la saccarina molto più calorica rispetto allo zucchero naturale. A dirlo è una ricerca della Purdue University condotta sui topi di laboratorio.

 

(salute e benessere)

ANALISI DEL SANGUE in 15 minuti con lo smartphone

Analisi del sangue-smartphoneSempre di più le applicazioni dedicate al mondo della salute. Dopo il successo degli Activity Tracker, sono in arrivo nuovi accessori improntati al realizzo di analisi e diagnosi direttamente tramite il proprio smartphone o tablet  e in tempi brevissimi. Un gruppo di ricercatori e ingegneri biomedici della Columbia Engineering, guidato da Samuel K. Sia,  ne ha sviluppato uno dal costo contenuto e di piccole dimensioni, in grado di eseguire in un quarto d’ora  un’analisi del sangue relativo a tre diverse malattie infettive (HIV e due tipi di Sifilide).

Il piccolo apparecchio riproduce tutte le funzioni meccaniche, ottiche ed elettroniche di un esame del sangue eseguito in laboratorio e, nello specifico, riesce ad eseguire il test Elisa (Saggio Immuno-Assorbente legato ad un Enzima), utile tra le altre cose, nella diagnosi dell’ AIDS, senza aver bisogno di energia supplementare a quella messa a disposizione dal proprio telefono.

Il dispositivo si collega direttamente al proprio device ed è stato testato recentemente in Ruanda, dove, all’interno di uno studio pilota, alcuni medici hanno esaminato il sangue di quasi cento tra pazienti e volontari, dimostrando cheanalisi una volta destinati ai laboratori possono essere eseguite con ottimi risultati anche da smartphone.

Samuel K. Sia  ha studiato e trovato il modo per miniaturizzare questo apparecchio e consentire le sue analisi anche ai Paesi più poveri, “un passo avanti per trasformare l’assistenza sanitaria in tutto il mondo” le sue parole

“sappiamo che la diagnosi precoce e il trattamento delle donne incinte possono ridurre notevolmente le conseguenze negative per le madri e per i loro bambini”.

 La produzione dell’apparecchio dovrebbe costare circa 30 euro ad unità, prezzo nemmeno paragonabile agli oltre quindicimila necessari ad acquistare un’apparecchiatura Elisa.Il congegno è già compatibile sia con i dispositivi iOS che Android e in Ruanda è stata dimostrata la sua facilità di utilizzo e la rapidità del risultato, promossa dalla quasi totalità di pazienti e operatori sanitari.  “Aumentando il rilevamento delle infezioni da sifilide, potremmo essere in grado di ridurre i decessi per 10 volte”, dice l’ideatore, che sottolinea anche le potenzialità nella diagnosi e trattamento precoce dell’Hiv. “Siamo davvero entusiasti, e i prossimi passi saranno quelli di portare questo prodotto sul mercato nei Paesi in via di sviluppo”.

Importanza primaria, quindi, per migliorare l’attuale e precario stato di prevenzione dove ce ne è più bisogno e dove i macchinari tradizionali avrebbero costi proibitivi, ma in futuro si prevede l’estensione dei benefici dell’apparecchio anche per un uso “domestico” e rivolto quindi al mondo occidentale, dove congegni di questo genere segneranno probabilmente una svolta epocale nell’assistenza sanitaria.

(mbamutua)

INSONNIA: dagli USA lo spray che ci farà dormire

Insonnia
Secondo l’Associazione italiana per la medicina del sonno, sono circa 12 milioni le persone che soffrono di disturbi del sonno quali insonnia, apnee notturne, sindrome delle gambe senza riposo (RLS), scarsa qualità del sonno, risvegli precoci, narcolessia e tutto ciò che riguarda la sensazione di svegliarsi stanchi. Il 10-15% della popolazione adulta soffre di insonnia cronica, con una durata superiore anche ai 12 mesi, mentre il 25-35% di un’insonnia occasionale.

“L’insonnia –  dice il neurologo dott. MARCO PERESSON –  è un disturbo della qualità e quantità del sonno. Si distingue in tre categorie: insonnia dell’addormentamento, da risveglio precoce e da frequenti risvegli notturni. L’insonnia spesso non è una malattia, ma un sintomo legato ad una malattia, quindi è necessario prima valutare se il paziente soffre di altre patologie che non gli consentono un riposo equilibrato. La prima cosa è capire perché il paziente non dorme.

Se ho davanti un paziente con problemi cardiaci, o con un disturbo legato allo stato psichico, o ancora perché affetto da Parkinson o Alzheimer cerco di trattare la patologia di base. Quindi una volta individuata la causa si procede con la diagnosi.

Una delle conseguenze più importanti del dormire male è la difficoltà nello svolgimento dell’attività lavorativa il giorno successivo perché ci si sveglia stanchi e storditi.”.

Perché sono tante le persone che soffrono di insonnia?

“I ritmi dei tempi moderni, rispetto al passato, hanno alterato il nostro modo di vivere provocando conseguenze sull’organismo. Un tempo ci si svegliava prestissimo e la sera dopo il tramonto si andava a dormire. Oggi, invece siamo sottoposti a stress continui, a stili di vita diversi, la sera siamo spesso presi da tanti impegni, tutti fattori che, inevitabilmente, hanno portato lo spostamento della lancetta dell’orologio alle 23 e anche oltre. Non è da sottovalutare poi un altro aspetto: negli ultimi anni sono aumentati i casi di insonnia anche a causa dei dispositivi tecnologici dei quali facciamo uso e abuso in qualunque momento fino a tarda sera. Questo determina un eccitamento e non aiuta a conciliare il sonno”.

Anche le cattive abitudini alimentari e l’età sono fattori che determinano il rischio insonnia?

“Sì, quando parlo di scarsa igiene del sonno mi riferisco agli scorretti stili di vita a tutto tondo, tra questi rientrano anche grandi mangiate e abuso di alcol la sera, che se immediatamente dopo sembra concilino il sonno in realtà inibiscono l’addormentamento. Fisiologicamente più si va avanti con gli anni e meno si dorme. Anche questo fattore però dipende dai soggetti che si esaminano e dal loro vissuto, perché se sin da bambini si tende a dormire poco lo stesso potrebbe avvenire anche da adulto”.

È vero che c’è una maggiore frequenza nei soggetti di sesso femminile di età compresa tra i 20 e i 50 anni? Perché? 

“Sì, perché le donne dal punto del visto psicologico hanno una capacità di elaborazione di un vissuto più emotivo e ricco rispetto agli uomini. Inoltre, i soggetti di sesso femminile sono più legati ai ritmi ormonali”

Chi soffre di insonnia e sottovaluta il disturbo rischia di sviluppare anche altre malattie?

“Sì, se trascurata può provocare malattie cardiovascolari, disturbi di concentrazione di attenzione e di memoria e può anche degenerare nell’alimentazione, come per i pazienti “Night Eating Sindrome” (NES), che hanno la necessità impulsiva di mangiare durante la notte con un’evidente alterazione del ritmo circadiano sonno-veglia.

In media per stare bene quante ore bisognerebbe dormire la notte?

“Dalle 7 alle 8 ore al massimo, ma dipende dal soggetto e dall’età”.

Il pisolino pomeridiano aiuta?

“Se non supera i 20 minuti è molto salutare, può rigenerare le funzioni cognitive, sopra la mezz’ora è dannoso perché altera il ritmo sonno-sveglia”.

Come si cura l’insonnia?

“Dipende sempre dalle situazioni. Personalmente se ho davanti un paziente con difficoltà nell’addormento in maniera sporadica gli consiglio una calda tisana prima di andare a dormire. In altri casi invece, per riequilibrare il sonno si prescrive la melatonina che, presa nelle giuste dosi e anche per lunghi periodi, non provoca grandi effetti collaterali. Vero è, che se non dovesse funzionare dopo 20 giorni si procede con esami più approfonditi”.

Si può guarire dall’insonnia?

Sì, ma solo facendo un’accurata diagnosi delle patologie che possono causare l’alterazione del sonno-sveglia. L’importante è capire cosa c’è a monte, se si soffre ad esempio di problemi fisici o psichici come ad esempio la depressione si cura prima la patologia”.

Dottor Peresson, che consigli può dare ?

“Innanzitutto seguire una corretta igiene del sonno e cioè, andare a dormire sempre alla stessa ora, evitare attività stressanti la sera, non abusare di alcol perché altera il metabolismo, non fare pasti pesanti la sera, evitare di utilizzare smartphone e tablet perché con la loro forte luminosità inibiscono la melatonina, fare attività fisica durante il giorno, infine bere un’ottima tisana calda perché il calore aiuta a rilassarsi”.

(mbamutua)

 

 

 

BRONCOPATIA OSTRUTTIVA: terza causa di morte in Italia

Broncopatia ostruttiva

Tra i fattori di rischio il fumo e l’inquinamento. Se n’è parlato nel corso di un convegno internazionale organizzato all’Ospedale Sant’Orsola-Malpighi di Bologna.

La Broncopatia Ostruttiva Cronica (BPCO) è una patologia della quale si parla poco. Si è svolto di recente un convegno internazionale presso l’Azienda Ospedaliera Sant’Orsola-Malpighi di Bologna al quale ha partecipato, tra i tanti, il Dott.  Stefano Nava, Direttore dell’Unità operativa di Pneumologia del Sant’Orsola, nonché Presidente scientifico del congresso.

La broncopatia ostruttiva è una malattia progressiva che insorge lentamente dopo i 40 anni e peggiora con l’avanzare dell’età limitando le attività basilari di chi ne è affetto, causa problemi respiratori e tra i fattori di rischio ci sono: l’inquinamento dell’aria provocato da fumi chimici o dalle polveri ambientali e il fumo di sigaretta, anche passivo. 

Gli esperti prevedono che entro il 2020, la BPCO diventerà la terza causa di morte al mondo. Ad oggi, negli Stati Uniti sono più di 12 milioni le persone colpite dalla broncopatia cronica ostruttiva ed è una delle principali cause di disabilità in quanto, con il peggiorare dei sintomi, il paziente non riesce neanche più a camminare. Da una recente ricerca, è emerso che in Italia si aggirano fra i 3 e mezzo e i 4 milioni le persone colpite dalla BPCO.

Quali sono i sintomi e come si manifestano? La pericolosità della diagnosi tardiva della malattia è data dal fatto che solitamente gli effetti sono comuni e riconducibili alla bronchite cronica che, se trascurata, può diventare ostruttiva con l’insorgere della dispnea (difficoltà a respirare). 

I principali sintomi della BPCO sono: tosse cronica con molto catarro, fiato corto ancor più accentuato durante lo svolgimento di attività fisica, dispnea e senso di costrizione al torace. E’ comunque importante evidenziare che non tutte le persone con tali sintomi sono affetti da broncopatia ostruttiva perché spesso sono simili ad altre patologie, quindi è consigliabile rivolgersi al medico per una diagnosi certa. 

Chi soffre di broncopatia ostruttiva è particolarmente predisposto ad avere l’influenza con molta frequenza. In una fase iniziale, i sintomi sono lievi e peggiorano con il tempo. Un campanello d’allarme è, ad esempio, avere il fiato corto durante uno sforzo fisico. 

Attualmente non esiste ancora una cura per questa patologia, ma le terapie e le modifiche dello stile di vita, come smettere di fumare, possono aiutare il paziente a sentirsi meglio, a rimanere più attivo e a rallentare la progressione della malattia.

Per la diagnosi della broncopatia ostruttiva, oltre alla radiografia o la TAC toracica, c’è la spirometria, un esame non invasivo attraverso il quale, dopo un respiro profondo, si espira molta aria all’interno di un tubicino, collegato allo strumento che misura la quantità di aria e la velocità di espirazione. Successivamente viene fatto inalare un farmaco per tenere aperti i bronchi e, a eseguire, il paziente è invitato a effettuare una seconda espirazione così che lo specialista possa confrontare e valutare i due esami.

Grazie alla spirometria si può diagnosticare la BPCO, anche in forma lieve.

“Questa malattia – ha detto il Dott.Stefano Nava – è subdola, perché si manifesta tardivamente. Ha quattro stadi, ma solitamente lo specialista viene interpellato solo a partire dal terzo. C’è, infatti, una scarsa capacità di leggere correttamente i sintomi. Se il trattamento farmacologico specifico fosse avviato prima, il decorso potrebbe rallentare sensibilmente e la qualità della vita migliorare”.

Attuando le terapie necessarie e modificando le abitudini, quali appunto smettere di fumare, abitare ai piani alti per respirare meno smog e recarsi spesso al mare o in montagna, è possibile tenere sotto controllo la patologia dalla quale, purtroppo, non è possibile guarire. 

 

mbamutua.org

VIAGRA FEMMINILE: LA PILLOLA AUTORIZZATA NEGLI USA

Viagra Femminile

Commento della Dottoressa Chiara Simonelli .

La pillola rosa è il corrispettivo di quello maschile?

“Non è un equivalente del viagra perché la flibanserina non agisce sull’eccitazione, ma sul desiderio. E’ un vero psicofarmaco, influisce sulla libido della donna che con l’età tende a diminuire”. Queste le parole della sessuologa, la Dottoressa Chiara Simonelli docente all’università ‘La Sapienza’ di Roma che ha lavorato, nel 2010, al tavolo italiano sul farmaco. “Fino ad oggi – ha continuato la Dottoressa Simonelli –  non c’era nessun tipo di aiuto al calo del desiderio femminile che con l’età può presentarsi, quindi l’approvazione del nuovo farmaco è stata una grande attesa. Sono contenta che ci sia un farmaco a disposizione delle molte donne che incontro nel lavoro clinico e che in determinate situazioni aspettavano un sostegno farmacologico”.

Qual è il primo sintomo? 

“Dai dati internazionali emerge che il primo sintomo, quello più interpretato dalla popolazione femminile, è relativo al disagio ipoattivo, cioè il desiderio flebile o assente lamentato dalla donna e che può avere delle conseguenze per la coppia”.

Nella coppia la sessualità è molto importante, era quindi necessario avere quindi degli strumenti specifici per sbloccare dei disagi legati al desiderio femminile? 

“Certamente perché con il calo degli estrogeni le problematiche rispetto al desiderio aumentano in termini di percentuali, quindi le donne si sentono depresse e innescano delle reazioni all’interno della coppia.”

Per l’assunzione è necessaria la prescrizione medica? Ci sono degli effetti collaterali?

“E’ un farmaco e come tale è molto importante che venga valutato ogni singolo soggetto ed effettuata un’attenta diagnosi. Studiata la situazione e accertato che non ci siano controindicazioni, si può decidere se procedere o meno con l’assunzione del farmaco, mediante prescrizione medica. A distanza di 5 anni è emerso un risultato interessante: le donne non devono essere medicalizzare per risolvere il disagio del calo del desiderio perché questo può dipendere anche da altri fattori, quale ad esempio il fatto di non volersi più bene e quindi di non essere più attratte dal partner, in questo caso l’assunzione del farmaco non risolverebbe il problema”.

Può creare dipendenza? 

“La dipendenza è relativa, la pillola rosa libera la donna dall’inibizione. Una volta accertato che c’è un disagio, è consigliabile integrare l’assunzione del farmaco con una consulenza di coppia”.

Un suo commento in merito alle polemiche?

“Sono sempre dalla parte delle donne, ma in questo momento non mi sento di essere solidale con alcune femministe americane che stanno portando avanti una battaglia. Al contrario, sono contenta che si sia finalmente arrivati alla concretizzazione del progetto, esiste la libertà e ognuno può scegliere se utilizzare il farmaco. Una delle maggiori critiche è quella relativa la fatto che non si può medicalizzare il calo del desiderio femminile con l’avanzare dell’età, ma questo, a mio avviso dipende anche dal rapporto che la donna instaura con il proprio medico”.

 

Fonte: mbamutua

COSMETICI e sostanze tossiche: riconoscerle per evitarle.

Cosmetici e parabeniI parabeni sono sostanze molto diffuse nella cosmetica, dalle creme ai deodoranti, penetrano nella pelle e vengono assorbiti dal corpo. Questo studio mostra un collegamento tra il cancro al seno e questi composti derivati dal petrolio. del Dr. Mercola

Una nuova ricerca ha rilevato la presenza di esteri parabeni nel 99% dei tessuti di cancro al seno testati [1]. Lo studio ha esaminato 40 donne che erano state trattate per cancro al seno al primo stadio. I parabeni sono ingredienti chimici con proprietà simil-estrogene, e l’estrogeno è uno degli ormoni coinvolti nello sviluppo del cancro al seno. La fonte del parabene non può essere identificata, ma il parabene è stato trovato anche in 7 pazienti su 40 che affermavano di non aver mai usato prodotti sotto le ascelle nella propria vita”. [2]

Fonti e pericoli dei parabeni

Deodoranti e antitraspiranti sono alcune delle fonti principali di parabeni, ma il fatto che anche le donne che dicevano di non averli mai usati avevano parabeni nei tessuti dimostra chiaramente che questi ingredienti chimici, a seconda del prodotto a cui sono aggiunti, possono, e apparentemente lo faranno, accumularsi nei tessuti del seno. E’ importante capire che qualunque cosa tu metta sulla tua pelle può essere assorbita dal tuo corpo e potenzialmente provocare seri danni, come dimostra questa ricerca.

I parabeni inibiscono la crescita di batteri, lieviti e muffe e sono usati come conservanti. Sull’etichetta puoi trovarli come:

  • Methyl paraben
  • Propyl paraben
  • Isobutyl paraben
  • Ethyl paraben
  • Butyl paraben
  • E216

Questi ingredienti sono comunemente usati in:

  • Deodoranti e antitraspiranti
  • Shampoo e balsamo
  • Bagnoschiuma
  • Dentifrici
  • Creme e protezioni solari
  • Cosmetici
  • Medicinali
  • Additivi alimentari

Studi hanno evidenziato che i parabeni possono influenzare il tuo corpo tanto quanto gli estrogeni, che possono ridurre la massa muscolare, far accumulare più grassi, e portare a ginecomastia maschile (crescita del seno). Altri studi, oltre a quello che abbiamo citato, hanno collegato i parabeni al cancro al seno. La US Environmental Protection Agency (EPA) ha collegato i metil parabeni, in particolare, a disordini metabolici, dello sviluppo, ormonali e neurologici, così come a vari tumori.

Attenzione: C’è una nuova categoria di “Estrogeni” cancerogeni

Una recente ricerca ha anche confermato l’esistenza di una categoria di materiali cancerogeniprima sconosciuti, che sono stati trovati in migliaia di prodotti di consumo. Alcuni di questi sono anche aggiunti a integratori e cibi come “nutrienti”. Questi composti simil-estrogeni sono metalli. Proprio così, un largo spettro di metalli ha mostrato di agire come “metalloestrogeni” con il potenziale di aggiungersi agli estrogeni del seno, aumentando così i rischi di cancro.

I seguenti metalli sono stati identificati come capaci di legarsi ai recettori cellulari degli estrogeni e imitare l’azione degli estrogeni fisiologici [3]:

  • Alluminio
  • Antimonio
  • Arsenite
  • Bario
  • Cadmio
  • Cromo
  • Cobalto
  • Rame
  • Piombo
  • Mercurio
  • Nickel
  • Selenite
  • Stagno
  • Vanadate

In accordo con GreenMedInfo: “…L’esposizione al Sodium selenite (e sodium selenate) è difficile da evitare, dato che è la prima fonte di selenio in supplementi presente in vitamine, cibi e bevande… Lo stesso vale per forme inorganiche di cromo, rame, nickel, stagno e vanadio, che puoi trovare sulle etichette di molti multivitaminici sul mercato. Un’altra fonte di esposizione ai metalloestrogeni per milioni di consumatori sono gli antitraspiranti con alluminio” [4].

Il tuo deodorante contiene parabeni e altre pericolose sostanze chimiche?

Evitare i parabeni e gli altri pericolosi ingredienti chimici richiede una buona conoscenza delle etichette e la capacità di leggerle e comprenderle.

Ecco, come esempio, un elenco di alcune delle sostanze chimiche più comuni presenti nei normali deodoranti. Se il tuo deodorante contiene questi ingredienti, buttalo via.

Alluminio

I normali deodoranti contengono alti livelli di sali di alluminio. Questo da solo già basta per rendere un deodorante poco sano, soprattutto per noi occidentali, che radiamo le ascelle, assorbendone quindi tutte le sostanze nocive. L’alluminio è anche stato associato al morbo di Alzheimer.

Parabeni

I parabeni possono essere indicati sulle etichette come: parabeni di metile, etilparabeni di propile, di butile, parabeni di isobutile o E216. Spesso il nome sull’etichetta è in inglese (es. metil parabens)

Glicole propilenico

E’ stato trovato in migliaia di prodotti cosmetici. È anche un ingrediente utilizzato nel liquido dei freni, quindi non è affatto sorprendente che potrebbe causare anomalie del fegato e danni renali.

Fragrance

Si trova in molti deodoranti. Anche se può sembrare innocuo, dovrebbe essere evitato in quanto può causare allergie e problemi polmonari.

Fai attenzione alle etichette dei prodotti reclamizzati come “Naturali”, perchè anche questi spesso contengono pericolosi additivi chimici, inclusi i parabeni. Leggi l’etichetta in ogni caso e assicurati che almeno non ci siano gli ingredienti che ti ho mostrato.

Fonte 40 Women With Breast Cancer Had Parabens in Their Tissues – Traduzione http://www.energytraining.it

Quindi evitare i parabeni! Lo stesso Wikipedia riporta che “Centinaia di studi[9] hanno indagato sulla loro capacità di interferire con il sistema endocrino ottenendo diverse risposte, e comunque confermando che essi, e i loro principali metaboliti come l’acido p-idrossibenzoico stesso, possiedonoattività interferente con il sistema ormonale[10].”

L’articolo del Dr. Mercola continua spiegando anche la correlazione tra Cadmio e cancro al seno. [6] Il Cadmio viene usato nei campi come fertilizzante. Cereali, patate e inquinamento atmosferico sono tra le principali fonti di cadmio. Consiglio quindi un mineralogramma per valutare l’intossicazione di metalli pesanti nel corpo e la scelta di cibi biologici per evitare questi dannosi composti.

 

BIBLIOGRAFIA

[1] Journal of Applied Toxicology March 2012; 32(3): 219-232

[2] Vedi rif 1

[3] Clean Cures: The Humble Art of Zen-Curing Yourself, Michael DeJong

[4] Journal of Applied Toxicology December 12, 2011 [Epub ahead of print]

[5] Green Med Info March 18, 2012

[6] Los Angeles Times March 15, 2012

 

Diomidream

 

ALZHEIMER – 600.000 casi in Italia

Alzheimer

 

Portare in tavola la dieta mediterranea può ridurre il rischio di declino cognitivo e demenza. Del ruolo preventivo dell’alimentazione, che insieme ad attività fisica e ‘ginnastica’ per il cervello aiuta a tenere lontano l’Alzheimer, si è parlato all’Expo di Milano, in uno degli appuntamenti organizzati dal ministero della Salute.

Attualmente 25 milioni di persone nel mondo sono affette da demenza, con 4,6 milioni di nuovi casi l’anno. La malattia di Alzheimer è la più diffusa, rappresenta il 50-60% di tutte le forme. In Italia colpisce circa 600.000 persone, soprattutto donne. Un dato, alla luce del continuo aumento dell’aspettativa di vita, che potrebbe triplicare nei prossimi 50 anni. “L’identificazione e l’eliminazione dei fattori di rischio nelle fasi prodromiche della demenza è quindi l’approccio migliore, per ridurre il numero di pazienti affetti da tale patologia”, ha sottolineato Giuliano Binetti, della Memory Clinic dell’Irccs S. Giovanni di Dio Fatebenefratelli a Brescia.

In particolare, la dieta mediterranea “è ricca di elementi che servono al cervello per invecchiare meglio, come olio di oliva, antiossidanti, omega 3 e vitamine, è povera di carne e derivati del latte e ricchissima di cibi provenienti dal mondo vegetale. Gli studi – ha spiegato – dicono che quanto prima iniziamo questo approccio dietetico, tanto pù il nostro cervello può invecchiare meglio”.

Diversi studi sulla nutrizione e la demenza, ha ricordato l’esperto, “hanno dimostrato un’importante implicazione di alcuni nutrienti, sia micronutrienti, come vitamine B correlate al metabolismo dell’omocisteina, vitamine antiossidanti C ed E, flavonoidi, acidi grassi polinsaturi omega-3, vitamina D, sia macronutrienti come pesce e verdura, nella prevenzione del declino cognitivo”. E’ anche noto che “le diete con una restrizione calorica potrebbero essere utilizzate per promuovere con successo l’invecchiamento del cervello, vi è infatti una crescente evidenza del legame tra adiposità totale (Bmi) e adiposità centrale nella malattia di Alzheimer”.

E ancora, “recenti studi hanno inoltre evidenziato un chiaro legame tra alterazioni a carico del pathway della vitamina D e dell’omocisteina, dovuti a fattori genetici, e una maggior suscettibilità al deterioramento cognitivo”, ha concluso Binetti.

adnkronos

L’ACIDOSI PRECEDE E PROVOCA LE MALATTIE

Acidosi

 

Negli ultimi anni la roccia di lava naturale ha trovato sempre maggior impiego come rimedio dolce, ma per questo tanto più efficace, nella medicina umana e veterinaria. Nella prevenzione viene utilizzata nella lotta contro:

  • tossine ambientali
  • metalli pesanti
  • prodotti metabolici dannosi
  • radicali liberi
  • acidosi
  • stress fisico o psichico (negli sportivi e nelle persone convalescenti).

Nella terapia trova tra l’altro applicazione in individui che soffrono di:

  • osteoporosi
  • malattie del fegato
  • infezioni delle mucose, gastriti o sindrome del colon irritabile
  • nel corso di chemioterapia o radioterapia
  • patologie connesse a stress ossidativo, come arteriosclerosi, tumore, diabete, cataratta, malattie reumatiche, invecchiamento precoce, malattie neurodegenerative e infettive.

 

cfr: DER STEIN DES LEBENS – Dr. I. Triebnig – I. Schwelz

Ftalati: banditi dal 1999 ma ancora in circolazione.Uno studio dice dove

Ftalati

L’allarme ftalati non cessa di suonare. Le sostanze chimiche, accusate di danneggiare il sistema riproduttivo, sono presenti nella dieta di tutti i giorni. In misura doppia rispetto ai livelli di sicurezza.

Ricordate il problema degli ftalati nei giocattoli? Nel rapporto del 2012 “Attenzione agli ftalati,” il ministero della Salute italiano dichiarava: “Gli ftalati sono prodotti chimici che vengono aggiunti alle materie plastiche per migliorarne la flessibilità e la modellabilità. Sono sostanze tossiche per la riproduzione, soggette a restrizione europea: il loro utilizzo non è consentito a concentrazioni superiori allo 0,1%, né nei giocattoli, né negli articoli destinati all’infanzia; il motivo della restrizione è dovuto al pericolo di esposizione che può derivare dal masticare o succhiare per lunghi periodi di tempo oggetti che contengono ftalati”.

Queste sostanze, infatti, migrano con facilità dai prodotti all’organismo dei bambini, attraverso il semplice contatto, ancor più se vengono messi in bocca. Gli ftalati sono stati banditi nel 1999 nei prodotti per la dentizione a livello europeo perché possono causare danni al fegato, ai reni e ai testicoli. Sono considerati interferenti endocrini che agiscono sul testosterone e sullo sperma.

Un nuovo studio americano ha ora scoperto che un bambino che segue una dieta comune consuma il doppio del livello di ftalati che l’Environmental Protection Agency ritiene sicuro. Secondo la ricerca, pubblicata sulla rivista Envirnmental Health, le carni, in particolare il pollame, il latte intero, la panna, le margarine e alcuni oli da cucina contengono alte concentrazioni di queste sostanze pericolose.

La ricercatrice Sheela Sathyanarayana, professoressa associata di pediatria presso la University of Washington School of Medicine, e il suo team hanno esaminato 17 studi che hanno misurato le concentrazioni di ftalati nei prodotti alimentari negli Stati Uniti e all’estero, analizzando diversi modelli di dieta. Come previsto, il regime alimentare a base di frutta e verdura si è dimostrato quello che non espone i consumatori a livelli eccessivi di ftalati, mentre quello ad alto contenuto di carne e latticini è risultato pericoloso per i bambini e gli adolescenti. La dieta tipica degli Stati Uniti si è mostrata sicura per gli adulti, ma i ricercatori sono rimasti sorpresi quando hanno rilevato che nei bambini supera di gran lunga il limite di 20 microgrammi di ftalati per chilo di peso corporeo al giorno che l’Epa ha fissato come livello di sicurezza.

Ma come avviene la contaminazione degli alimenti? Gli studiosi ipotizzano che gli ftalati possano migrare dai materiali in PVC come i tubi utilizzati nel processo di mungitura, i film per l’imballaggio alimentare, i guanti utilizzati nella preparazione degli alimenti, i nastri trasportatori. Questi composti si trovano anche negli inchiostri da stampa e negli adesivi sugli involucri alimentari.

I ricercatori hanno stilato una serie di consigli per ridurre al minimo l’esposizione dei bambini: acquistare prodotti a basso contenuto di grassi, come latte scremato e formaggi “magri”; evitare panna, latte intero e carni grasse. Acquistare frutta e verdura fresche o congelate. Evitare cibi in scatola e trasformati. Ridurre al minimo l’uso di prodotti per la cura personale che contengono ftalati (ad esempio le creme cosmetiche). Utilizzare vetro, acciaio inossidabile, ceramica o legno per conservare alimenti invece di materie plastiche; non utilizzare materie plastiche in policarbonato per contenere liquidi caldi. Ridurre al minimo l’acquisto di prodotti che contengono sostanze chimiche. Togliere le scarpe prima di entrare in casa per evitare di introdurre polvere contaminata da sostanze chimiche; mantenere tappeti e davanzali puliti.

(lifegate.it)