BIGMAC: le 5 fasi per digerirlo in 3 giorni

BIG MAC

 

 

 

 

 

BIG MAC: ecco cosa succede al tuo corpo quando lo mangi

3 GIORNI PER DIGERIRLO

5 FASI DI ELABORAZIONE

51 GIORNI PER DIGERIRE GLI ACIDI GRASSI

È il panino “ammiraglio” : un solo panino apporta 540 calorie, quasi la metà del fabbisogno calorico giornaliero di un individuo adulto e, secondo uno studio, si impiegano 3 giorni per digerirlo completamente! «Cosa rende così unico il Big Mac? La sua deliziosa salsa Big Mac? La sua carne cotta alla piastra con solo sale e pepe? O forse la cipolla a cubetti, la croccante lattuga iceberg, lo squisito formaggio fuso? Che importa! C’è sempre un buon motivo per gustare un Big Mac». Nella pagina dedicata al suo panino “ammiraglio”, Big Mac ti dice che non importa cosa contenga il mega panino, l’importante è che tu lo compri e lo mangi. Invece, secondo uno studio pubblicato sul sito Fast Food Menu Price, faresti bene ad importartene. Innanzitutto, il senso di sazietà di un pasto a base di un Big Mac è di breve durata, malgrado gli hamburger risultino conditi da varie salse e siano a dir poco ipercalorici. Lo scarso senso di sazietà indotto dal panino è da attribuire all’eccesso di zuccheri. L’elevato livello di zuccheri contenuti nel Big Mac, infatti, genera un vero e proprio effetto ingannevole per il cervello che stimola l’organismo a produrre insulina. Il Big Mac contiene anche quantità elevate di sale e glucosio, correlate a obesità, diabete e malattie cardiache. Ma Fast Food Menu Price punta il dito anche contro la digeribilità del Big Mac: in media, si impiegherebbero tre giorni per digerirlo completamente. Ma cosa succede nel dettaglio? Ecco le varie fasi:

STEP 1 – Nei primi 10 minuti: il nostro cervello preferisce cibi ipercalorici. Il nostro cervello si è evoluto nel corso del tempo e, dovendo affrontare la scarsità di cibo, è diventato propenso ad accettare i cibi super calorici. Un Big Mac normale (con formaggio e salse) contiene circa 540 calorie e aumenta in modo esorbitante il livello di zuccheri nel sangue. Il cibo spazzatura mette in moto il “gioco della ricompensa” rilasciando sostanze chimiche del buonumore, che accendono le sensazioni di piacere. Un processo simile si ha quando si assumono droghe come la cocaina ed è ciò che, con ogni probabilità, determina la tendenza a mangiare in modo compulsivo e incontrollato.

STEP 2 – Dopo 20 minuti: gli zuccheri che creano dipendenza. Sapevi che il Big Mac ha alte concentrazioni di “sciroppo di glucosio fruttosio” (High Fructose Corn Syrup) e di sodio? Entrambi gli ingredienti possono creare dipendenza e portare il tuo corpo a desiderare sempre di più quel cibo. Gli stessi ingredienti possono, alla lunga, esporre il soggetto al rischio di diabete, obesità e problemi cardiaci.

STEP 3 – Dopo 30 minuti: l’attacco di sodio. Un Big Mac medio americano contiene 970 milligrammi di sodio. Questa enorme quantità di sale può portare alla disidratazione. Con sintomi simili a quelli della fame, è facile per la disidratazione ingannarti e spingerti a pensare che tu debba mangiare più cibo. Inoltre, un’assunzione simile di sodio rende difficile per i tuoi reni eliminare il sale. Ad aggravare la situazione c’è anche questo fatto: l’overdose di sodio fa lavorare più velocemente il tuo cuore. Ciò causa un innalzamento di pressione e può anche, in alcuni casi, portare il soggetto a soffrire di un problema cardiaco.

STEP 4 – Dopo 40 minuti: si desidera altro cibo! Ti senti ancora affamato dopo aver mangiato un Big Mac? Questo accade perché hai perso il controllo sull’innalzamento degli zuccheri nel sangue e ciò non ha fatto altro che portarti a desiderare di mangiare altro cibo, possibilmente “quel” cibo. Quando consumi un pasto molto calorico, la risposta insulinica può far crollare i tuoi livelli di glucosio facendoti sentire la necessità di mangiare di più. Inoltre, lo sciroppo di glucosio fruttosio contenuto nel panino viene subito assorbito, determinando un’impennata di insulina e un attacco di fame (con annessi crampi) ancora più incontrollato.

STEP 5 – Dopo 60 minuti: la digestione lenta. Normalmente il corpo impiega dalle 24 alle 72 ore per digerire il cibo. Ma un Big Mac può impiegare di più, essendo i due hamburger molto grassi. Solitamente si impiegano circa tre giorni per digerirlo completamente. Ci vogliono 51 giorni per digerire gli acidi grassi.

E un Big Mac americano ne contiene in media 1,5 grammi. Vari studi hanno provato che questo genere di grassi può essere collegato all’insorgere di problemi cardiaci, obesità, cancro e diabete.

E, a proposito delle calorie, si legge: «È spaventoso pensarci. E quando ci si pensa in relazione al Big Mac, è ancora più spaventoso. Per fare un esempio: tu hai bisogno di assumere circa 2000 calorie al giorno. Il Big Mac ne contiene più di un quarto. Esattamente. Questo panino contiene 540 calorie: il 38% del totale che una donna dovrebbe assumere».

E per quanto riguarda i grassi, anche da questo punto di vista il panino lascia a desiderare: «Con una dieta di 2000 calorie al giorno, dovreste limitarvi a 60 grammi di grassi, 20 dei quali saturi. Ora diamo un’occhiata al nostro hamburger: il Big Mac contiene 29 grammi di grassi, di cui 10 saturi. È circa la metà del fabbisogno giornaliero!».

Se vuoi mangiare un Big Mac cerca di farlo in rare occasioni. Gli ingredienti possono seriamente danneggiare la tua salute, soprattutto se consumati regolarmente.

 

 

 

(ilnavigatorecurioso.it)

 

POMODORI e NICKEL: in arrivo i pomodori “Nickel free”

Pomodori e Nickel

 

 

 

NICKEL NEI POMODORI: l’allergia colpisce il 10-15% della popolazione con punte fino al 28% tra le donne.

In arrivo i pomodori NICKEL-FREE  “made in Puglia”

 

 

 

 

 

L’allergia al nickel colpisce il 10-15% delle popolazione con punte fino al 28% tra le donne, può rendere la vita davvero complicata, tra privazioni a tavola e costante attenzione agli oggetti utilizzati. Il nickel, infatti, è un metallo altamente resistente all’aria e all’acqua. È presente nel suolo, nell’acqua, nei substrati vegetali in concentrazioni che variano a seconda del terreno, del grado di inquinamento industriale, dei pesticidi o fertilizzanti utilizzati.

Oggi una speranza arriva da uno studio ‘made in Puglia’ che ha messo a punto grazie ad una sperimentazione esclusiva pomodori e pasta ‘nickel-free’.

Il progetto, di fatto, è già partito con la positiva esperienza portata dai pazienti con storia documentata di sindrome sistemica da nickel che, volontariamente, hanno deciso di sostenere, con piena soddisfazione e senza alcun esito collaterale, la prova della passata di pomodoro ‘nickel-free’. E dopo il pomodoro e la pasta che, nei prossimi mesi, potranno essere prodotti in larga scala e commercializzati, si passerà ben presto alla produzione controllata di pomodoro fresco, di alcuni ortofrutticoli freschi di IV gamma e di pasta prodotta con farine derivanti da grani selezionati anche a basso contenuto di glutine.

A realizzare il progetto, che ha focalizzato l’attenzione sul grano e sul pomodoro, alimenti – soprattutto quest’ultimo – ad elevata concentrazione di nickel, è stato un gruppo di lavoro (già in precedenza insediatosi presso la Asl di Lecce) formato dai ricercatori del dipartimento di Scienze del Suolo, delle Piante e degli Alimenti dell’Università ‘A. Moro’ di Bari, dell’Istituto Agronomico Mediterraneo di Bari, dell’Istituto di Scienze delle Produzioni Alimentari-Cnr e del dipartimento di Ingegneria dell’Innovazione dell’Università del Salento.

L’allergia al nickel si può manifestare come dermatite allergica da contatto (Dac) o attraverso un’altra forma patologica definita, già nel 2006, Sindrome sistemica da allergia al nickel (Snas), caratterizzata da disturbi generalizzati a carico di organi e apparati differenti, che possono presentarsi isolatamente o in varia associazione tra di loro. Questi disturbi possono interessare:

  1. il sistema gastrointestinale (vomito, diarrea o stipsi, gonfiore addominale),
  2. il sistema respiratorio (asma o rinite),
  3. il sistema neurologico (cefalee o disturbi neuroastenici).

La cura principale, al momento, consiste solo nell’evitare alimenti e oggetti contenenti nickel. Ecco perché la lista dei cibi concessi è estremamente limitata.

Dopo la messa a punto di pratiche agronomiche per la produzione in campo accuratamente vagliate a partire dall’analisi dei terreni di coltura, gli scienziati sono giunti alla produzione di pomodoro contenente una quantità di nickel compresa tra 0,25 e 0,40 mg/kg di sostanza secca (ss), irrisoria se confrontata con le concentrazioni di metallo attribuite al pomodoro fresco e ordinariamente stimate a più di 1 mg/Kg di alimento, con oscillazioni in eccesso anche significative variabili in funzione dei terreni di provenienza e delle pratiche di coltivazione (concimazioni o trattamenti antiparassitari).

Sono state scelte 5 varietà di piante, coltivate utilizzando fertilizzanti inorganici ed antiparassitari a basso contenuto di metallo. La passata di pomodoro, successivamente prodotta, è risultata con una concentrazione di nichel compresa tra 0,38 e 0,69 mg/kg s.s. (le passate di pomodoro in commercio solitamente contengono nickel in concentrazioni ben superiori a 1 mg/Kg di prodotto). Stesso procedimento è stato seguito per il grano, risultato alla fine con una concentrazione di nickel compresa tra 0,14 e 1,21 mg/kg ss.

I prodotti derivati da tali procedimento, quindi, ben lungi dall’essere frutto di tecniche di manipolazione, non presentano alcuna modifica genetica, ma sono stati ottenuti, dopo aver accuratamente selezionato cultivar a bassa capacità estrattiva (di metallo dal suolo), mediante l’applicazione di tecniche agronomiche che hanno tenuto conto del quantitativo di nickel nel terreno ma anche nei fertilizzanti e negli eventuali antiparassitari. Ottenute le produzioni, sono stati avviati gli studi clinici in vitro e in vivo per valutare la tollerabilità degli alimenti low-nickel su pazienti affetti da Sindrome sistemica da allergia al nickel (Snas).

La salsa a basso contenuto di nickel essiccata e una normale salsa commerciale sono state utilizzate come substrati per effettuare test di stimolazione in provetta sulla componente immunitaria circolante (cellule della frazione mononucleata) nel sangue prelevato dai pazienti volontari. I risultati preliminari hanno mostrato, durante la stimolazione con la salsa nickel-free, una tendenziale diminuzione della produzione di mediatori dell’infiammazione (IL-6) da parte delle cellule mononucleate circolanti, cosa che, invece, non è avvenuta con la salsa tradizionale.

Per studiare gli effetti degli alimenti funzionali direttamente sui pazienti, è in corso il monitoraggio del quadro clinico di un ampio gruppo di soggetti volontari, provenienti da aree territoriali diverse, che hanno utilizzato salsa di pomodoro a basso contenuto di nickel senza avere, al momento, manifestato alcun disturbo di quelli classicamente riferibili alla Snas.

“L’obiettivo del progetto – spiega Mauro Minelli, primo ideatore del progetto – oltre a quello di rendere disponibili sul mercato alimenti ‘nickel-free’ sicuri ed affidabili, come d’altro canto avviene per quelli senza glutine, è definire, nella complessità che lo caratterizza dal punto di vista eziologico, patogenetico, clinico e gestionale, il quadro sintomatologico (piuttosto composito e variegato) di una sindrome in forte progressione epidemiologica”.

La complessità del quadro clinico – aggiunge Minelli – unitamente alla difficile gestione nutrizionale, implica che non può essere un solo specialista a gestire questa patologia, che potrà, invece, essere efficacemente affrontata e risolta solo grazie al lavoro integrato di una équipe esperta composta da competenze diverse tra loro connesse e sintonizzate”.

“Dalle applicazioni del Gruppo di studio – conclude l’esperto – è anche emersa la necessità di valutare, con la necessaria compartecipazione al progetto di Specialisti in Endocrinologia e Malattie Metaboliche, la possibile interferenza endocrina del nickel, considerando l’incidenza particolarmente significativa di disfunzioni tiroidee e pancreatiche nei pazienti con storia evoluta di Snas”.

 

(adnkronos)