DIABETE TIPO 1: EPOCALE SCOPERTA MEDICA, ADDIO ALL’INSULINA

Lo scienziato italiano Camillo Ricordi, direttore del Diabetes Research Institute annuncia il primo trapianto tissutale che imita il pancreas nativo

di Cinzia Marchegiani

 

Miami (Florida) – Per il mondo dei malati diabetici arriva da oltreoceano un importante scoperta che rivoluzionerà la loro vita, ma anche la scienza medica. I ricercatori del Diabetes Research Institute (DRI), un centro di eccellenza presso l’Università di Miami Miller School of Medicine, il 9 settembre 2015 hanno annunciato che il primo paziente dello studio clinico non ha dovuto ricevere l’iniezione di insulina a tempo di record dopo l’impianto di cellule insulari realizzato dentro un’impalcatura biologica.
Il Diabetes Research Institute è il centro di ricerca più grande e completo dedicato al diabete di cura, e sta lavorando incessantemente per sviluppare una cura biologica che mira ripristinare la produzione di insulina naturale e normalizzare la glicemia senza incorrere ad altri rischi. I ricercatori hanno già dimostrato che le cellule delle isole trapiantate permettere ai pazienti di vivere senza la necessità di terapia insulinica. Il DRI sta costruendo su questi risultati promettenti per lo sviluppo del DRI BioHub e sta testando varie piattaforme BioHub in studi preclinici e clinici.

L’eccezionalità dello studio clinico. La paziente, Wendy Peacock di 43 anni che ha subito la procedura minimamente invasiva il giorno 18 agosto 2015, ha dimostrato che sta producendo la sua insulina naturalmente per la prima volta in questo studio pilota da quando le è stato diagnosticato il diabete di tipo 1 e cioè all’età di 17 anni.

Camillo Ricordi scienziato italiano, direttore del DRI e Stacy Joy Goodman Professore di Ingegneria Biomedica, Microbiologia e Immunologia presso l’Università di Miami Miller School ha spiegato: “Il primo paziente della nostra fase I/II del trial pilota ‘BioHub’ è ora completamente fuori dalla terapia insulinica, con un profilo di glucosio eccellente. Questi sono i migliori risultati post-trapianto che abbiamo visto in un destinatario dell’isolotto “.

Il dottor Ricordi è anche direttore del Cell Transplant Center del DRI orgoglioso di questo nuovo trapianto innovativo dichiara: “Questo è stato il primo di trapianto di ingegneria tessutale di isole con un ‘impalcatura biodegradabile’ impiantati sulla superficie del omento. La tecnica è stata progettata per minimizzare la reazione infiammatoria che viene normalmente osservata quando isolotti sono impiantati nel fegato o in altri siti con contatto immediato al sangue. Se questi risultati possono essere confermati, questo può essere l’inizio di una nuova era nella trapianto di isole. Il nostro obiettivo finale è quello di includere tecnologie aggiuntive per evitare la necessità di una terapia anti-rigetto per tutta la vita “.

Focus procedimento ingegneria tissutale. L’omento è un tessuto altamente vascolarizzato che copre gli organi addominali. Le isole del donatore sono stati impiantati all’interno di una impalcatura biodegradabile, una delle piattaforme del DRI BioHub nate combinando il proprio plasma del sangue del paziente con trombina. Insieme, queste sostanze creano un materiale simile a gel che si attacca all’omento e tiene le isole a posto. L’omento è poi ripiegato su tutto il composto impalcatura biodegradabile. Nel corso del tempo, il corpo assorbe il gel, lasciando intatte le isole, mentre nuovi vasi sanguigni si formano per fornire ossigeno critica e altre sostanze nutritive che sostengono la sopravvivenza delle cellule. Questo studio pilota includerà il regime immunosoppressivo attualmente utilizzata per gli studi di trapianto di isole clinica e verrà limitato ad un piccolo gruppo di partecipanti.

Il dr Rodolfo Alejandro MD Professore di Medicina e direttore del programma clinico di trapianto cellulare DRI Nel diabete di tipo 1 aggiunge: “Siamo molto eccitati. Questo è stato il miglior risultato che abbiamo visto in questa fase. La chirurgia è molto semplice ed il paziente recupera molto rapidamente. Continueremo fino a quando il nostro obiettivo finale – ottenere il trapianto di isole senza i farmaci di immunosoppressione”.

I ricercatori DRI con orgoglio spiegano alla conferenza stampa questa straordinaria conquista: “Gli isolotti di cellule del pancreas produttrici di insulina sono stati erroneamente distrutti dal sistema immunitario, e ciò richiede ai pazienti di gestire i loro livelli di zucchero nel sangue attraverso un regime quotidiano di terapia insulinica. Grazie al trapianto di isole ha permesso ad alcuni pazienti, dopo aver ricevuto un trapianto di cellule del donatore, di vivere senza la necessità di iniezioni di insulina”.

Le prime dichiarazioni della paziente che non utilizza la terapia insulinica dopo il trapianto. Wendy Peacock è commossa e piange mentre parla della sua esperienza con il diabete di tipo 1 nel corso di una conferenza stampa presso il Diabetes Research Institute di Miami, in Florida rilasciata lo scorso 9 settembre 2015. Wendy ha spiegato ai giornalisti che la sua vita è stata notevolmente migliorata. Lei era un candidato per la procedura sperimentale perché aveva una grave ipoglicemia, una complicanza del diabete in cui i pazienti sono in grado di percepire che la glicemia è in calo a livelli pericolosamente bassi. Le persone con questa ipoglicemia spesso diventano disorientati, perdono la coscienza, o hanno convulsioni. Essa può anche portare alla morte e ciò non le permetteva di poter vivere da sola ed avere cura del suo bambini di appena 5 anni. La stessa ancora incredula ha dichiarato: “E’ surreale per me … Sto ancora elaborando il fatto che io non sto prendendo più insulina “.
La Peacock anche se non è più sotto terapia insulinica, segue un regime regolare di farmaci anti-rigetto per mantenere il sistema immunitario del corpo che potrebbe attaccare le cellule trapiantate. In merito il dr Camillo Ricordi, direttore del DBI dichiara gli steps successivi a questa straordinaria tecnica innovativa: “Se questi risultati possono essere confermati, questo può essere l’inizio di una nuova era nel trapianto di isole. Il nostro obiettivo finale è quello di includere tecnologie aggiuntive per evitare la necessità di una terapia anti-rigetto per tutta la vita.”
Il professor Ricordi è riuscito con il suo impegno straordinario a donare assieme al team del DBI una vera pietra miliare per la medicina e la scienza. I malati di diabete, ma anche la stessa paziente del trial clinico, ancora non riescono a credere a questa notizia di importanza ormai epocale. La medicina accoglie questa preziosa notizia e già guarda il futuro con stimolante ottimismo.

Nella foto da sinistra: Joshua Rednik Presidente e Amministratore Delegato del Diabetes Research Institute Foundation e Institute, la paziente Wendy Peacock, che ora produce insulina dopo l’innovativo trapianto, il Dr Camillo Ricordi, direttore del Diabetes Research e Rodolfo Alejandro, direttore di trapianto di isole clinica.

 

(Osservatoreitalia.it)

 

NON DEMONIZZATE LA CARNE: basta mangiarne poca

Calabrese

Il parere del professor Giorgio Calabrese subito dopo la notizia diffusa dall’Oms sulla pericolosità della «carni lavorate». «Il problema sono le alte temperature ed i grassi»

Sull’annuncio dell’Oms che ha inserito nella lista nera degli alimenti ad alto potenziale cancerogeno tutte le «carni lavorate» a partire dai wurstel fino ad arrivare al bacon delle colazioni anglosassoni, abbiamo sentito il parere del professor Giorgio Calabrese, dietologo-nutrizionista e presidente del Comitato Nazionale Sicurezza Alimentare del Ministero della Salute.

Professor Calabrese, come giudica la clamorosa notizia delle carni messe sullo stesso piano delle sigarette in fatto di pericolosità per la nostra salute?

«Sarei piuttosto cauto nel diffondere allarmismi di questo genere. É vero, e questo non smettiamo mai di ripeterlo, che gli alimenti di origine animale devono essere sempre tenuti sotto controllo e non bisogna mai eccedere nel loro consumo. Detto questo, il problema della “carne lavorata” non è la carne in sè, ma appunto la sua lavorazione: sono le temperature molto alte e l’aggiunta di grassi che determinano il problema».

In questo caso i nostri allevatori e produttori potranno essere in parte rassicurati visto che la rivelazione di oggi ha già messo in subbuglio tutto il settore?

«L’industria italiana per la lavorazione della carne usa tecniche all’avanguardia, di altissimo livello. I prodotti sono tutti controllati e sicuri al cento per cento. Non è un caso che tutta questa faccenda abbia preso il via dalla Gran Bretagna. Lì sono molto più a rischio perché hanno un consumo massiccio e spericolato di certi alimenti. Pensiamo al barbecue ad esempio. Quello è il modo peggiore per cuocere la carne, uno dei più pericolosi. Abbiamo già detto delle alte temperature, quindi le conclusioni si possono facilmente trarre».

In pratica è per proteggere soprattutto certe nazioni che l’IARC, l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro, ha scelto di non usare più mezzi termini e condannare insaccati e carni rosse?

«Beh, di sicuro il messaggio vale più per alcune popolazioni che non per altre. Di certo non è diretto ai Paesi poveri per esempio, visto che quelli non sanno nemmeno cosa sia la carne lavorata. Si sono rivolti soprattutto alle nazioni più industrializzate e in particolare a quelle che hanno più volte dimostrato di fare scelte sbagliate nel campo della sicurezza alimentare. Se si pensa ad esempio che di recente per proteggere il consumatore in Gran Bretagna hanno scelto di classificare con il bollino rosso l’olio extra vergine d’oliva e il latte e con il bollino verde la RedBull e la CocaCola Zero, abbiamo detto tutto!».

Quindi che cosa potremmo consigliare a chi è seduto proprio adesso a tavola davanti a un hamburger o a qualche fetta di prosciutto crudo?

«Di mangiarne poco. Di mangiarlo oggi e magari domani no. E a proposito di prosciutto chiariamo subito una cosa. La lavorazione dei nostri prodotti italiani è realizzata con criteri assolutamente salubri. Per il prosciutto tutto quel che serve è il sale, dunque non ci sono di mezzo grassi aggiunti e neppure alte temperature. La regola è quella che non finiremo mai di ripetere: mangiate poca carne, ma mangiatela».

A questo punto però deve dirci esattamente quali tipi di cottura la renderanno più innocua per tutti noi.

«In padella, cotta per pochi minuti e con un po’ d’olio. Non fritta e non sulla brace».

Da oggi sarà comunque impossibile dimenticare quanto asserito dall’Oms?

«Certo. Ascoltate l’Oms, ma non prendete le cose che dice come dei dictat. Quelli che sostiene sono dei proponimenti e dei consigli che vanno soppesati e valutati nella loro interezza. Il messaggio è: non vi riempite di carne e fate attenzione a come è lavorata. Qualunque altro concetto è puro terrorismo».

(La Stampa)

 

NUOVO STUDIO SULLA CARNE: mangiata con moderazione, non accorcia la vita

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A tavola la moderazione è amica della salute, anche quando si tratta di carne. Il consumo limitato di questo alimento non riduce l’aspettativa di vita, secondo uno studio condotto dall’università di Oxford che ha confrontato i dati di mortalità totale e le singole cause di due grandi studi prospettici di popolazione: l’Oxford Vegetarian Study (OVS) e l’EPIC-Oxford (European Prospective Investigation into Cancer and Nutrition-Oxford).

L’analisi ha riguardato le abitudini alimentari e lo stato di salute di 60.310 adulti, tra vegetariani, vegani e consumatori di carne del Regno Unito negli ultimi 30 anni, valutando il rischio di malattie.

In particolare, dallo studio emerge che non ci sono significative differenze di mortalità tra i diversi gruppi di dieta esaminati: i vegani e vegetariani inglesi non hanno una vita più lunga rispetto a chi mangia poca carne.

Per quanto riguarda le cause di morte, quelle per cancro pancreatico e per malattie respiratorie nelle persone che consumavano carne con moderazione sono risultate del 30-45% inferiori rispetto a quanto rilevato fra chi ne consumava 5 volte alla settimana.

Anche se, rispetto a quest’ultimo gruppo, la mortalità per cancro pancreatico e tumori del sistema linfopoietico risulta dimezzata per vegetariani e vegani.

Mentre la mortalità per tutti i tumori è risultata inferiore del 10% circa in chi non consuma alimenti di origine animale rispetto agli altri gruppi.

Analizzando separatamente vegetariani e vegani, invece, non è emersa alcuna differenza statisticamente significativa nella mortalità per le prime 6 maggiori cause di morte tra vegani e consumatori abituali di carne. I dati sono risultati sovrapponibili sia dopo gli aggiustamenti statistici su peso (Bmi), genere, abitudine al fumo, sia confrontando la mortalità prima dei 75 anni e a 90 anni. Va precisato, però, che gli studi si riferiscono alle popolazioni britanniche e statunitensi, dove le abitudini alimentari sono diverse da quelle degli italiani: il consumo di carne in questi Paesi è mediamente superiore al nostro.

 

(adnkrons  30/01/2016)