Smog: studio schock ! Entra nel cervello, rischio Alzheimer

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Smog: studio shock su campioni da 37 persone fra Manchester e Città del Messico, si teme effetto su rischio Alzheimer

Milano, 6 set. (AdnKronos Salute) – Lo smog entra nel cervello. Lo ha dimostrato un team di ricercatori che ha rilevato milioni di minuscole particelle di inquinanti all’interno di campioni di tessuto cerebrale. Gli autori dello studio la definiscono una scoperta “estremamente scioccante”, che solleva una serie di nuove domande circa i rischi dell’inquinamento atmosferico per la salute. Finora, infatti, le indagini degli scienziati si erano concentrate sull’impatto che l”aria avvelenata’ può avere sui polmoni e sul cuore. Ma la nuova ricerca sembra suggerire come anche il cervello sia a rischio ‘intossicazione’ e fornisce la prima prova del fatto che microparticelle di magnetite, che possono derivare dall’inquinamento, riescono a farsi strada al suo interno.

Sospettate di tossicità, le particelle di ossido di ferro si ritiene possano contribuire a malattie come il morbo di Alzheimer, ma le evidenze a supporto di questa ipotesi sono ancora scarse. Di certo c’è l’allarme lanciato dalla stessa Organizzazione mondiale della sanità sul legame fra inquinamento atmosferico e 3 milioni di morti premature l’anno. La ricerca su smog e cervello è stata condotta da scienziati della Lancaster University (Regno Unito) ed è pubblicata sulla rivista ‘Proceedings of the National Academy of Sciences’ (Pnas).

Il team ha analizzato campioni di tessuto cerebrale di 37 persone. Fra queste, 29 di età compresa fra 3 e 85 anni hanno vissuto e sono morte a Città del Messico, notoriamente ‘zona calda’ per quanto riguarda i tassi di inquinamento. Le altre 8, con età da 62 a 92 anni, provenivano invece da Manchester e alcune erano morte con malattie neurodegenerative a diversi livelli di gravità.

Tutto nasce da un sospetto: l’autrice principale della ricerca, Barbara Maher, ha individuato particelle di magnetite in campioni di aria raccolti nei dintorni di una strada trafficata di Lancaster e fuori da una centrale elettrica e si è chiesta se particelle simili potessero trovarsi anche nel cervello. Così è successo. I campioni esaminati dal team contenevano tutti milioni di particelle di magnetite per grammo di tessuto cerebrale. “E scioccante studiare un tessuto e vedere che ci sono milioni di particelle, milioni in un solo grammo, cosa che equivale a un milione di opportunità di fare danno”, spiega Maher, citata dalla Bbc online.

Ma la sorpresa è arrivata quando gli scienziati hanno guardato da vicino con microscopi elettronici le particelle nella parte anteriore del cervello di 6 persone. Le più numerose non erano in cristalli (forma che caratterizza le particelle originate da fonti naturali) ma rotonde, come quelle che normalmente provengono dalla fusione del ferro ad alta temperatura, cosa che avviene quando il carburante viene bruciato. Il rapporto era di 1 a 100. Per Maher la forma di queste particelle è una chiara prova del fatto che arrivano dell’inquinamento atmosferico.

Lo smog entra nel cervello e questa scoperta è “la pistola fumante”, secondo l’esperta. Che sottolinea: “C’è ferro nel carburante, come impurità, c’è ferro nel blocco motore dell’auto. E dunque lo si può respirare camminando per strada. Come potrebbe non entrare nell’organismo?”.

Il problema adesso, però, è capire quali sono le conseguenze. Le microparticelle osservate dagli esperti sono di diametro inferiore a 200 nanometri e possono spostarsi dall’aria alle terminazioni nervose nel naso e da qui al cervello, spiega il team che ha anche scoperto nei campioni di tessuto cerebrale nanoparticelle di metalli presenti nei motori, ma raramente nell’organismo, come il platino.

I timori legati alla scoperta riguardano il rischio di Alzheimer: da un lato lavori precedenti condotti su cellule cresciute in laboratorio hanno suggerito che l’ossido di ferro è presente nelle placche proteiche che si ritiene giochino un ruolo nella malattia ‘ruba-ricordi’, oltre a generare composti reattivi chiamati radicali liberi, in grado di uccidere le cellule nervose. Dall’altro, studi sulla popolazione hanno messo in evidenza che le persone che vivono vicino a strade trafficate hanno un rischio maggiore di declino cognitivo in età avanzata.

Ma le prove sono ancora carenti e gli esperti sono cauti su un eventuale correlazione. Lo studio in questione non entra nel merito. Ora però, osserva Maher, “abbiamo un nuovo campo di indagine su cui concentrare l’attenzione, per capire se queste particelle di magnetite stanno causando o accelerando malattie neurodegenerative”. Il coautore dello studio David Allsop, esperto di morbo di Alzheimer e altre malattie neurodegenerative, spiega che le particelle di inquinamento “potrebbero essere un fattore di rischio”, ma “non c’è alcun legame provato al momento, solo un sacco di osservazioni suggestive”. Altri esperti fanno notare che le cause della demenza sono complesse e non ci sono abbastanza dati per dire che il rischio sale per chi vive in aree inquinate.

 

06 SETTEMBRE 2016 | ADNKRONOS

Inquinamento ed effetti sul cuore

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Le particelle delle polveri sottili penetrano nel sangue, causano l’ispessimento della carotide e aumenta il rischio di aterosclerosi soprattutto in chi ha già il colesterolo alto

Polveri sottili e colesterolo elevato: una combinazione nemica dell’organismo e altamente pericolosa per cuore e cervello. Perché? Pochi sanno che l’inalazione del particolato fine, cioè l’inquinante atmosferico presente in tutte le aree urbane, provoca un processo di infiammazione nei polmoni e nel sangue che comporta una rapida occlusione dell’arteria principale, la carotide: questa alterazione induce e accelera l’insorgere di aterosclerosi, soprattutto nelle persone che hanno livelli di colesterolo troppo elevati.

Stando a quanto riportato dalla Sisa, la Società Europea per lo Studio dell’Aterosclerosi, sulla base dei dati raccolti da Ispra Ambiente, a Milano e a Torino le polveri sottili quadruplicano la velocità di invecchiamento di cuore e cervello rispetto a Roma, che ha un relativo minor tasso di inquinamento medio.

Alberico Catapano, Professore ordinario di Farmacologia all’Università di Milano e Presidente della Sisa, spiega quali sono le conseguenze a livello fisico di questa dannosa associazione.

 

Che relazione intercorre tra l’inquinamento da polveri sottili e colesterolo?

L’inquinamento da polveri sottili è un fattore di rischio per le malattie cardiovascolari. Queste particelle presenti nell’aria sono in grado di penetrare nei polmoni ed entrare nel circolo sanguigno, infiammando i vasi. Questo processo può provocare e accelerare l’aterosclerosi, specialmente in quelle persone che presentano valori elevati di colesterolo Ldl che causa già di per sé un danno vascolare. La presenza di queste due condizioni concomitanti, quindi, aumenta sensibilmente il rischio di ammalarsi.

 

Ma quali sono le conseguenze a livello fisico?

Le carotidi, cioè le arterie che portano il sangue ossigenato al cervello, ci aiutano a scoprire cosa sta succedendo in altre parti del corpo, in quanto sono facilmente visibili con un banale esame ecodoppler. Le carotidi sono una “spia” di quello che sta avvenendo a livello delle coronarie: più le carotidi si ispessiscono e diventano “dure”, più le nostre coronarie stanno funzionando male e stanno subendo un danno. In presenza di inquinamento da polveri sottili e colesterolo alto, c’è quindi più probabilità che si verifichi un danno vascolare che a lungo andare può causare infarto e ictus. Non solo: il sangue che coagula più velocemente favorisce anche la trombosi.

 

Dai dati raccolti emerge che a Milano e Torino la velocità di usura del cuore è quattro volte superiore a quella di Roma: come mai? Dipende dai livelli di inquinamento?

I dati relativi alla presenza di polveri sottili nell’aria vengono per legge raccolti per ogni città. Analizzandoli emerge che l’area più a rischio in Italia è quella della Pianura Padana: a causa della barriera naturale delle Alpi e degli Appennini, c’è poco flusso d’aria e l’inquinamento ristagna. Se non si verifica un “rimescolamento” dell’atmosfera, o se non avviene in maniera adeguata, i livelli di particolato non possono abbassarsi. E quindi chi vive a Milano e Torino corre più rischi.

Fonte: http://www.ok-salute.it/

 

Cibo spazzatura, obesità e danni al fegato ai bambini

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Cibo spazzatura e zuccheri, danni al fegato per bambini

 

L’obesità nei bambini mette a rischio il fegato: con una dieta a base di “junk food” – il cibo spazzatura – e di zuccheri è infatti in agguato l’insorgenza della sindrome metabolica, con le relative implicazioni a carico di quest’organo, che non è più in grado di smaltire l’eccesso di grasso. E’ il risultato di una ricerca condotta dalla Fondazione italiana fegato (Fif) nei laboratori dell’Area Science Park di Trieste, pubblicata sulla rivista “Plos One”, che analizza la cattiva alimentazione e le conseguenze patologiche dell’obesità infantile. Lo studio prende le mosse da ricerche su roditori condotte dalla Fondazione: è stato in particolare sviluppato un modello che riproduce l’insorgenza della sindrome metabolica in età infantile con le sue implicazioni a carico del fegato, le cui cellule a un certo punto non sono più in grado di smaltire l’eccesso di grasso. Il risultato è il manifestarsi della steatosi epatica non alcolica (Nafld) e della steatoepatite non alcolica (Nash).

I ricercatori della Fif hanno riscontrato che nell’età pediatrica la progressione della malattia è più veloce, con prognosi generalmente più grave rispetto agli adulti. È inoltre emersa una differenza di genere nella velocità di sviluppo della malattia, che vede nei maschi di topo una progressione più rapida nella fase iniziale, anche se il danno finale risulta equivalente tra maschi e femmine.

Più in dettaglio, lo studio è consistito nell’alimentare sei topi con una dieta ad alta percentuale di grassi e aggiunta di fruttosio nell’acqua, cominciata subito dopo lo svezzamento (tre anni umani) e proseguita per 16 settimane, fino all’età adulta (30 anni umani). Il 100% dei soggetti di entrambi i sessi ha sviluppato la steatosi epatica in quattro settimane e un certo grado di fibrosi (“cicatrici”) in otto settimane, con l’86% dei maschi e il 15% delle femmine con fibrosi di stadio 2 (il “punto di non ritorno”) in sedici settimane. “Considerando che l’obesità infantile è in esplosione anche da noi – commenta il professor Claudio Tiribelli, direttore della Fondazione Italiana Fegato e tra gli autori del paper – e che il danno al fegato da sindrome metabolica diventerà nei prossimi anni la principale causa di trapianto, il modello sarà un’ottima piattaforma per studiare i meccanismi che portano al danno, capire le differenze maschio/femmina e testare farmaci e nuovi approcci diagnostici”.

Fonte: ANSA

Cenare dopo le 19….fa male al cuore ?

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Cenare dopo le 19 mette a rischio la salute del nostro cuore. E questo perché consumare il pasto entro due ore dal momento di coricarsi lascia il corpo in uno stato di allerta, non consentendo alla pressione arteriosa di abbassarsi correttamente durante la notte, e aumentando in questo modo il rischio cardiovascolare. A rilevarlo, e a promuovere dunque l’abitudine anglosassone di mettersi a tavola prima del tramonto, un team di scienziati guidati da Ebru Ozpelit, professore associato di Cardiologia della Dokuz Eylul University di Imir (Turchia), che ne ha parlato al congresso della Società europea di cardiologia di Roma.

Gli esperti hanno studiato più di 700 uomini e donne affetti da ipertensione per analizzare come la differenza negli orari dei pasti e la composizione della loro dieta influisse sulla loro salute. Sulla base dei risultati hanno raccomandato di cenare sempre prima delle 19, per permettere al corpo di avere il tempo per rilassarsi e riposare. Altrimenti i danni possono essere anche superiori rispetto a quelli creati da una dieta troppo ricca di sale, avvertono: la pressione sanguigna deve diminuire del 10% durante la notte, ma quasi il 25% di coloro che hanno cenato entro due ore dal momento di andare a letto non ha giovato di questo calo, contro il 14,2% di chi ha mangiato prima delle 19. “Dobbiamo definire la frequenza ideale e la tempistica dei pasti perché come mangiamo può essere altrettanto significativo rispetto a quello che mangiamo”, conclude Ozpelit.

 

Fonte: ADNKRONOS: 01/09/2016