CIBO: ne sprechiamo ancora troppo e mangiamo alimenti scaduti

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In Italia gli alimenti buttati nella spazzatura valgono più di 15 miliardi di euro all’anno. Quattro su dieci non si preoccupano del limite di tempo indicato sulle confezioni

Quanto costa agli italiani lo spreco alimentare? In occasione della Giornata mondiale dell’alimentazione della Fao (organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura), domenica 16 ottobre, arrivano i dati aggiornati dell’Osservatorio Waste Watcher di Last minute market (società spin-off dell’Università di Bologna) e Swg che hanno analizzato i dati sulle perdite di cibo nella filiera, sommandoli allo spreco alimentare domestico, una vera “voragine” che in Italia vale 8 miliardi di euro all’anno, ovvero circa 30 euro mensili a famiglia per 600 grammi circa di cibo sprecato. Complessivamente però lo spreco di cibo costa di più agli italiani: innanzitutto perché quello domestico dichiarato nei sondaggi è percepito, mentre quello reale – secondo i primi test dei “Diari di famiglia” Waste Watcher – vale almeno 12 miliardi di euro. A questa cifra vanno poi sommate le perdite nella produzione e nella distribuzione: si arriva così a 15 miliardi e 615 milioni di euro di spreco alimentare annuo in Italia.

Mense scolastiche

L’Osservatorio Waste Watcher e l’Università di Bologna sono anche responsabili del progetto “Reduce”, promosso dal Ministero dell’Ambiente: da novembre centinaia di famiglie di tutta Italia annoteranno per una settimana quantità e tipologia del cibo buttato, sottoponendo poi la loro spazzatura a un controllo incrociato per “certificare” lo spreco prodotto. È già in corso poi una ricerca sulla ristorazione nelle mense scolastiche, dove si stima che vada sprecato fra il 20 e il 50% del cibo preparato, a seconda dei menù. Riso alla zucca, bietole e radicchio sono gli alimenti in assoluto meno graditi (qui gli sprechi superano il 60%). «Questo perché i bambini a casa non sono abituati a mangiare verdura o alimenti come la zucca e le bietole, quindi a scuola accolgono con disorientamento questi cibi – spiega il professor Luca Falasconi, responsabile scientifico di Reduce -. A dimostrazione dell’importanza di avviare nel Paese una capillare campagna di educazione alimentare». La buona notizia è che sale la percentuale dei genitori che insegna a non sprecare ai figli: è unla priorità per il 78% degli intervistati Waste Watcher (più 16% rispetto al 2015).

Tredici miliardi di tonnellate

Lo conferma Coldiretti (con Osservatorio Ixè), che ha indagato le abitudini degli italiani in merito al cibo buttato nella spazzatura. Nel 2016 il 33% ha diminuito gli sprechi alimentari, il 31% li ha mantenuti costanti, il 25% li ha annullati e solo il 7% dichiara di averli aumentati. È quanto emerge dal report «Cambiamenti delle abitudini alimentari degli italiani». Tra chi ha tagliato gli sprechi, il 60 per cento fa la spesa in modo più oculato, il 60 per cento utilizza gli avanzi nel pasto successivo, il 40 riduce le quantità acquistate, il 48 per cento guarda con più attenzione la data di scadenza e il 15 per cento dona in beneficenza. Nel 2015 – sottolinea Coldiretti – ogni italiano ha buttato nel bidone della spazzatura ben 76 chili di prodotti alimentari. Il contenimento degli sprechi è tra gli obiettivi della Giornata dell’alimentazione: secondo la Fao nel mondo oltre un terzo del cibo viene perso o sprecato, per un totale di circa 1,3 miliardi di tonnellate l’anno.

Alimenti oltre il termine di scadenza

All’estremo opposto, tante persone mettono nel piatto prodotti scaduti. Sempre secondo l’indagine Coldiretti/Ixè, lo fanno quattro italiani su dieci (44%): il 32% mangia cibo scaduto da una settimana, l’8% da non più di un mese e il 4% anche da più tempo. La dicitura “da consumarsi entro” è la data entro cui il prodotto deve essere consumato e anche il termine oltre il quale un alimento non può più essere posto in commercio. Vale indicativamente per tutti i prodotti con una durabilità non superiore a 30 giorni. Tale data di consumo – precisa la Coldiretti – non deve essere superata, altrimenti ci si può esporre a rischi importanti per la salute. Discorso diverso per la dicitura «da consumarsi preferibilmente entro», che indica la data fino alla quale il prodotto alimentare conserva le proprietà organolettiche o nutrizionali in adeguate condizioni di conservazione, senza con questo comportare rischi per la salute in caso di superamento (seppur limitato) della stessa.

I virtuosi della dieta «verde»

Infine, sempre in occasione della Giornata dell’alimentazione, anche l’Eurostat ha diffuso un dato relativo alle abitudini a tavola degli italiani. Ebbene, il nostro Paese, all’interno dell’Unione Europea, è uno di quelli in cui si mangia più frutta e verdura. Più di un terzo degli europei sopra i 15 anni (34,4%), infatti, non mangia nemmeno un vegetale al giorno. In Italia a evitare gli alimenti verdi è il 23% della popolazione; ci precedono Belgio (16,1%), Portogallo (20,7%) e Regno Unito (21,3%). All’opposto si trovano Romania (65,1%) e Bulgaria (58,6%), dove più della metà della popolazione non consuma frutta e verdura. Se invece si considerano i Paesi in cui si consumano almeno 5 porzioni al giorno di vegetali, l’Italia è solo tredicesima (11,9%), contro una media Ue del 14,1%. I primi della classe sono Regno Unito (33,1%) e Danimarca (25,9%). In alcuni Paesi, come la Gran Bretagna, a determinare un consumo maggiore di tali alimenti è il livello di istruzione, con differenze significative sino a 16 punti percentuali tra i laureati e chi non ha titoli di studio. In Italia non c’è invece una differenza molto marcata (4,2%).

Fonte: CorriereSalute 16/10/2016

 

REPORT O.M.S. INQUINAMENTO: E’ UNA STRAGE

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Che l’aria della Terra fosse inquinata era un dato ormai assodato, ma stupisce sapere che nel mondo meno di una persona su dieci ha la fortuna di respirare aria buona: il 92% della popolazione mondiale vive in aree in cui l’inquinamento atmosferico supera il limite massimo stabilito dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms).

Un’aria sporca che miete milioni di vittime ogni anno, soprattutto nei paesi poveri e più esposti ai fumi di combustibili, mezzi di trasporto inefficienti, centrali a carbone e rifiuti inceneriti. Sono tre milioni le morti associabili ogni anno all’inquinamento atmosferico all’aperto, ma anche l’aria che si respira al chiuso, in casa e nel luogo di lavoro, può essere ugualmente letale. Nel 2012 l’Oms stima che siano 6,5 milioni i decessi legati all’inquinamento indoor e outdoor: ogni nove persone che muoiono nel mondo, una cade anche per via di quello che ha inalato.

Ecco la triste classifica:

CINA, 1 milione di morti all’anno

INDIA, 621 mila morti all’anno

RUSSIA, 140 mila morti all’anno

ITALIA, 21 mila morti all’anno

FRANCIA, 11 mila morti all’anno

SPAGNA, 6 mila morti all’anno

Circa il 90% delle morti riguardano Paesi a reddito medio-basso, e i due terzi si registrano nel Sudest asiatico e nel Pacifico occidentale. Il 94% dei decessi, prosegue l’Oms, è dovuto a malattie non trasmissibili: malattie cardiovascolari, ictus, broncopneumopatia cronica ostruttiva e cancro ai polmoni.

 

FONTE: http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/09/27/inquinamento