ALZHEIMER – 600.000 casi in Italia

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Alzheimer

 

Portare in tavola la dieta mediterranea può ridurre il rischio di declino cognitivo e demenza. Del ruolo preventivo dell’alimentazione, che insieme ad attività fisica e ‘ginnastica’ per il cervello aiuta a tenere lontano l’Alzheimer, si è parlato all’Expo di Milano, in uno degli appuntamenti organizzati dal ministero della Salute.

Attualmente 25 milioni di persone nel mondo sono affette da demenza, con 4,6 milioni di nuovi casi l’anno. La malattia di Alzheimer è la più diffusa, rappresenta il 50-60% di tutte le forme. In Italia colpisce circa 600.000 persone, soprattutto donne. Un dato, alla luce del continuo aumento dell’aspettativa di vita, che potrebbe triplicare nei prossimi 50 anni. “L’identificazione e l’eliminazione dei fattori di rischio nelle fasi prodromiche della demenza è quindi l’approccio migliore, per ridurre il numero di pazienti affetti da tale patologia”, ha sottolineato Giuliano Binetti, della Memory Clinic dell’Irccs S. Giovanni di Dio Fatebenefratelli a Brescia.

In particolare, la dieta mediterranea “è ricca di elementi che servono al cervello per invecchiare meglio, come olio di oliva, antiossidanti, omega 3 e vitamine, è povera di carne e derivati del latte e ricchissima di cibi provenienti dal mondo vegetale. Gli studi – ha spiegato – dicono che quanto prima iniziamo questo approccio dietetico, tanto pù il nostro cervello può invecchiare meglio”.

Diversi studi sulla nutrizione e la demenza, ha ricordato l’esperto, “hanno dimostrato un’importante implicazione di alcuni nutrienti, sia micronutrienti, come vitamine B correlate al metabolismo dell’omocisteina, vitamine antiossidanti C ed E, flavonoidi, acidi grassi polinsaturi omega-3, vitamina D, sia macronutrienti come pesce e verdura, nella prevenzione del declino cognitivo”. E’ anche noto che “le diete con una restrizione calorica potrebbero essere utilizzate per promuovere con successo l’invecchiamento del cervello, vi è infatti una crescente evidenza del legame tra adiposità totale (Bmi) e adiposità centrale nella malattia di Alzheimer”.

E ancora, “recenti studi hanno inoltre evidenziato un chiaro legame tra alterazioni a carico del pathway della vitamina D e dell’omocisteina, dovuti a fattori genetici, e una maggior suscettibilità al deterioramento cognitivo”, ha concluso Binetti.

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