CIBO: ne sprechiamo ancora troppo e mangiamo alimenti scaduti

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In Italia gli alimenti buttati nella spazzatura valgono più di 15 miliardi di euro all’anno. Quattro su dieci non si preoccupano del limite di tempo indicato sulle confezioni

Quanto costa agli italiani lo spreco alimentare? In occasione della Giornata mondiale dell’alimentazione della Fao (organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura), domenica 16 ottobre, arrivano i dati aggiornati dell’Osservatorio Waste Watcher di Last minute market (società spin-off dell’Università di Bologna) e Swg che hanno analizzato i dati sulle perdite di cibo nella filiera, sommandoli allo spreco alimentare domestico, una vera “voragine” che in Italia vale 8 miliardi di euro all’anno, ovvero circa 30 euro mensili a famiglia per 600 grammi circa di cibo sprecato. Complessivamente però lo spreco di cibo costa di più agli italiani: innanzitutto perché quello domestico dichiarato nei sondaggi è percepito, mentre quello reale – secondo i primi test dei “Diari di famiglia” Waste Watcher – vale almeno 12 miliardi di euro. A questa cifra vanno poi sommate le perdite nella produzione e nella distribuzione: si arriva così a 15 miliardi e 615 milioni di euro di spreco alimentare annuo in Italia.

Mense scolastiche

L’Osservatorio Waste Watcher e l’Università di Bologna sono anche responsabili del progetto “Reduce”, promosso dal Ministero dell’Ambiente: da novembre centinaia di famiglie di tutta Italia annoteranno per una settimana quantità e tipologia del cibo buttato, sottoponendo poi la loro spazzatura a un controllo incrociato per “certificare” lo spreco prodotto. È già in corso poi una ricerca sulla ristorazione nelle mense scolastiche, dove si stima che vada sprecato fra il 20 e il 50% del cibo preparato, a seconda dei menù. Riso alla zucca, bietole e radicchio sono gli alimenti in assoluto meno graditi (qui gli sprechi superano il 60%). «Questo perché i bambini a casa non sono abituati a mangiare verdura o alimenti come la zucca e le bietole, quindi a scuola accolgono con disorientamento questi cibi – spiega il professor Luca Falasconi, responsabile scientifico di Reduce -. A dimostrazione dell’importanza di avviare nel Paese una capillare campagna di educazione alimentare». La buona notizia è che sale la percentuale dei genitori che insegna a non sprecare ai figli: è unla priorità per il 78% degli intervistati Waste Watcher (più 16% rispetto al 2015).

Tredici miliardi di tonnellate

Lo conferma Coldiretti (con Osservatorio Ixè), che ha indagato le abitudini degli italiani in merito al cibo buttato nella spazzatura. Nel 2016 il 33% ha diminuito gli sprechi alimentari, il 31% li ha mantenuti costanti, il 25% li ha annullati e solo il 7% dichiara di averli aumentati. È quanto emerge dal report «Cambiamenti delle abitudini alimentari degli italiani». Tra chi ha tagliato gli sprechi, il 60 per cento fa la spesa in modo più oculato, il 60 per cento utilizza gli avanzi nel pasto successivo, il 40 riduce le quantità acquistate, il 48 per cento guarda con più attenzione la data di scadenza e il 15 per cento dona in beneficenza. Nel 2015 – sottolinea Coldiretti – ogni italiano ha buttato nel bidone della spazzatura ben 76 chili di prodotti alimentari. Il contenimento degli sprechi è tra gli obiettivi della Giornata dell’alimentazione: secondo la Fao nel mondo oltre un terzo del cibo viene perso o sprecato, per un totale di circa 1,3 miliardi di tonnellate l’anno.

Alimenti oltre il termine di scadenza

All’estremo opposto, tante persone mettono nel piatto prodotti scaduti. Sempre secondo l’indagine Coldiretti/Ixè, lo fanno quattro italiani su dieci (44%): il 32% mangia cibo scaduto da una settimana, l’8% da non più di un mese e il 4% anche da più tempo. La dicitura “da consumarsi entro” è la data entro cui il prodotto deve essere consumato e anche il termine oltre il quale un alimento non può più essere posto in commercio. Vale indicativamente per tutti i prodotti con una durabilità non superiore a 30 giorni. Tale data di consumo – precisa la Coldiretti – non deve essere superata, altrimenti ci si può esporre a rischi importanti per la salute. Discorso diverso per la dicitura «da consumarsi preferibilmente entro», che indica la data fino alla quale il prodotto alimentare conserva le proprietà organolettiche o nutrizionali in adeguate condizioni di conservazione, senza con questo comportare rischi per la salute in caso di superamento (seppur limitato) della stessa.

I virtuosi della dieta «verde»

Infine, sempre in occasione della Giornata dell’alimentazione, anche l’Eurostat ha diffuso un dato relativo alle abitudini a tavola degli italiani. Ebbene, il nostro Paese, all’interno dell’Unione Europea, è uno di quelli in cui si mangia più frutta e verdura. Più di un terzo degli europei sopra i 15 anni (34,4%), infatti, non mangia nemmeno un vegetale al giorno. In Italia a evitare gli alimenti verdi è il 23% della popolazione; ci precedono Belgio (16,1%), Portogallo (20,7%) e Regno Unito (21,3%). All’opposto si trovano Romania (65,1%) e Bulgaria (58,6%), dove più della metà della popolazione non consuma frutta e verdura. Se invece si considerano i Paesi in cui si consumano almeno 5 porzioni al giorno di vegetali, l’Italia è solo tredicesima (11,9%), contro una media Ue del 14,1%. I primi della classe sono Regno Unito (33,1%) e Danimarca (25,9%). In alcuni Paesi, come la Gran Bretagna, a determinare un consumo maggiore di tali alimenti è il livello di istruzione, con differenze significative sino a 16 punti percentuali tra i laureati e chi non ha titoli di studio. In Italia non c’è invece una differenza molto marcata (4,2%).

Fonte: CorriereSalute 16/10/2016

 

Cibo spazzatura, obesità e danni al fegato ai bambini

cibo spazzatura

Cibo spazzatura e zuccheri, danni al fegato per bambini

 

L’obesità nei bambini mette a rischio il fegato: con una dieta a base di “junk food” – il cibo spazzatura – e di zuccheri è infatti in agguato l’insorgenza della sindrome metabolica, con le relative implicazioni a carico di quest’organo, che non è più in grado di smaltire l’eccesso di grasso. E’ il risultato di una ricerca condotta dalla Fondazione italiana fegato (Fif) nei laboratori dell’Area Science Park di Trieste, pubblicata sulla rivista “Plos One”, che analizza la cattiva alimentazione e le conseguenze patologiche dell’obesità infantile. Lo studio prende le mosse da ricerche su roditori condotte dalla Fondazione: è stato in particolare sviluppato un modello che riproduce l’insorgenza della sindrome metabolica in età infantile con le sue implicazioni a carico del fegato, le cui cellule a un certo punto non sono più in grado di smaltire l’eccesso di grasso. Il risultato è il manifestarsi della steatosi epatica non alcolica (Nafld) e della steatoepatite non alcolica (Nash).

I ricercatori della Fif hanno riscontrato che nell’età pediatrica la progressione della malattia è più veloce, con prognosi generalmente più grave rispetto agli adulti. È inoltre emersa una differenza di genere nella velocità di sviluppo della malattia, che vede nei maschi di topo una progressione più rapida nella fase iniziale, anche se il danno finale risulta equivalente tra maschi e femmine.

Più in dettaglio, lo studio è consistito nell’alimentare sei topi con una dieta ad alta percentuale di grassi e aggiunta di fruttosio nell’acqua, cominciata subito dopo lo svezzamento (tre anni umani) e proseguita per 16 settimane, fino all’età adulta (30 anni umani). Il 100% dei soggetti di entrambi i sessi ha sviluppato la steatosi epatica in quattro settimane e un certo grado di fibrosi (“cicatrici”) in otto settimane, con l’86% dei maschi e il 15% delle femmine con fibrosi di stadio 2 (il “punto di non ritorno”) in sedici settimane. “Considerando che l’obesità infantile è in esplosione anche da noi – commenta il professor Claudio Tiribelli, direttore della Fondazione Italiana Fegato e tra gli autori del paper – e che il danno al fegato da sindrome metabolica diventerà nei prossimi anni la principale causa di trapianto, il modello sarà un’ottima piattaforma per studiare i meccanismi che portano al danno, capire le differenze maschio/femmina e testare farmaci e nuovi approcci diagnostici”.

Fonte: ANSA

Cenare dopo le 19….fa male al cuore ?

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Cenare dopo le 19 mette a rischio la salute del nostro cuore. E questo perché consumare il pasto entro due ore dal momento di coricarsi lascia il corpo in uno stato di allerta, non consentendo alla pressione arteriosa di abbassarsi correttamente durante la notte, e aumentando in questo modo il rischio cardiovascolare. A rilevarlo, e a promuovere dunque l’abitudine anglosassone di mettersi a tavola prima del tramonto, un team di scienziati guidati da Ebru Ozpelit, professore associato di Cardiologia della Dokuz Eylul University di Imir (Turchia), che ne ha parlato al congresso della Società europea di cardiologia di Roma.

Gli esperti hanno studiato più di 700 uomini e donne affetti da ipertensione per analizzare come la differenza negli orari dei pasti e la composizione della loro dieta influisse sulla loro salute. Sulla base dei risultati hanno raccomandato di cenare sempre prima delle 19, per permettere al corpo di avere il tempo per rilassarsi e riposare. Altrimenti i danni possono essere anche superiori rispetto a quelli creati da una dieta troppo ricca di sale, avvertono: la pressione sanguigna deve diminuire del 10% durante la notte, ma quasi il 25% di coloro che hanno cenato entro due ore dal momento di andare a letto non ha giovato di questo calo, contro il 14,2% di chi ha mangiato prima delle 19. “Dobbiamo definire la frequenza ideale e la tempistica dei pasti perché come mangiamo può essere altrettanto significativo rispetto a quello che mangiamo”, conclude Ozpelit.

 

Fonte: ADNKRONOS: 01/09/2016

COLDIRETTI: cibi tossici importati dall’estero

Cibi tossici

 

Arezzo, 22 aprile 2016 – Coldiretti Arezzo lancia l’allarme rosso: sulle nostre tavole arrivano prodotti alimentari con insetticidi, micotossine, additivi e coloranti al di fuori dalle norme di legge previste dall’Unione Europea. Con gravi rischi insiti nel consumo, in particolare di broccoli dalla Cina, basilico dall’India, prezzemolo dal Vietnam, melagrane dall’Egitto, peperoncino dalla Thailandia, piselli dal Kenya ma anche frutta dal Sud America. “Sono questi – spiega Tulio Marcelli, presidente di Coldiretti Toscana e Arezzo – i prodotti stranieri più contaminati. che condiscono piatti e finiscono sulle nostre tavole a nostra insaputa. Alcuni dei quali possono essere tossici, pericolosi e cancerogeni”.

E’ quanto emerge dalla “Black list dei cibi più contaminati” presentata da Coldiretti nazionale – sulla quale Coldiretti Arezzo richiama con forza l’attenzione di tutti i cittadini consumatori – sulla base delle analisi condotte dall’Agenzia europea per la sicurezza alimentare (Efsa) nel Rapporto 2015. “Il quadro dipinto dal rapporto è più che preoccupante – analizza ancora Marcelli – poiché molti dei prodotti analizzati sono di larga diffusione: vedi i broccoli, il peperoncino, i piselli e la menta utilizzata in particolare nei cocktail. E’ per questa ragione che non c’è più tempo da perdere e occorre rendere finalmente pubblici i flussi commerciali delle materie prime provenienti dall’estero per far conoscere anche ai consumatori i nomi delle aziende che usano ingredienti stranieri”. Insomma l’invito forte che viene da Coldiretti Arezzo, anche attraverso le parole dei direttore Mario Rossi, e quello di “controllare al massimo etichette, provenienze e scadenze dei cibi, e poi bisogna liberare le imprese – spiega ancora Rossi – dalla concorrenza sleale delle produzioni straniere realizzate in condizioni di dumping sociale, ambientale con rischi concreti per la sicurezza alimentare dei cittadini”. L’invito forte è anche quello alla valorizzazione del prodotto tipico: “valorizzazione possibile anche e soprattutto – insiste il direttore Rossi – attraverso l’acquisto consapevole presso i mercati di Campagna Amica, cibo a km zero, senza rischi e a prezzi ragionevoli.

Sull’educazione alimentare, sulla nuova cultura che il cittadino deve acquisire quando acquista e consuma cibo, noi come Coldiretti Arezzo stiamo portando avanti una vera e propria battaglia quotidiana che coinvolge scuole, giovani, docenti, famiglie, imprenditori agricoli, educatori, fattorie didattiche: tutti insieme nella promozione della Corretta e Sana alimentazione”. Tornando ai dati diffusi da Coldiretti, appare evidente che, con la quasi totalità (92%) dei campioni risultati irregolari per la presenza di residui chimici, sono i broccoli provenienti dalla Cina il prodotto alimentare meno sicuro, ma a preoccupare è anche il prezzemolo del Vietnam con il 78% di irregolarità e il basilico dall’India che è fuori norma in ben 6 casi su 10.
La conquista della vetta della classifica da parte della Cina non è un caso poiché il gigante asiatico – ricorda la Coldiretti – anche nel  2015 ha conquistato il primato nel numero di notifiche per prodotti alimentari irregolari a cominciare dal pomodoro da salsa.

Fonte: Elaborazioni Coldiretti su dati Rapporto EFSA 2015

MAGGIO 2016 – www.lanazione.it/arezzo

 

27 alimenti più alcalini che rinforzano il nostro sistema immunitario

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 I  cibi  che consumiamo ogni giorno giocano un ruolo fondamentale nell’aumento o nella riduzione del pH del corpo: alcuni alimenti sono più alcalini di altri, di seguito ti elenchiamo i migliori. Il corpo umano è un organismo che deve essere alcalino. Consumando alimenti acidi, il pH del sangue può alterare i livelli alcalini, influendo negativamente sul sistema immunitario ed esponendoci a vari rischi, fra cui il cancro. Per mantenere i livelli di pH del sangue negli intervalli adeguati, è importante condurre un’alimentazione sana. Consumare più alimenti alcalini aiuta a cambiare il pH del corpo, dando ossigeno al sistema.

Gli alimenti più alcalini

  1. Bietola: oltre ad essere alcalina, possiede proprietà antibatteriche e antivirali
  2. Melone: ottima anche per la pulizia del colon
  3. Grano saraceno: molto utile per prevenire malattie cardiovascolari
  4. Olio d’oliva: ricco di acidi grassi monoinsaturi e vitamina E
  5. Semi di lino: ricchi di fibra e vitamina E
  6. Avocado: ottimo per la salute del cuore
  7. Banane: danno energia, sono ricche di potassio e minerali
  8. Bacche: hanno un grande contenuto di antiossidanti
  9. Carote: ricche di beta-carotene, proteggono la vista
  10. Aglio: aiuta a regolare la pressione sanguigna
  11. Broccoli: ottimi per abbassare il colesterolo
  12. Uva: ricche di vitamine e antiossidanti
  13. Ananas: contribuisce alla perdita di peso
  14. Germogli di erba medica: ricchi di enzimi che ristabiliscono l’equilibrio ormonale
  15. Limoni: uno degli alimenti più alcalini, ricco di vitamina C
  16. Cavoli di Bruxelles: collaborano nella prevenzione del cancro
  17. Crauti: gli alimenti fermentati sono ricchi di probiotici
  18. Cavolfiore: ottimo sostituto naturale del pane
  19. Pompelmo: ottima fonte di vitamine A e C
  20. Alghe: ricche di ferro
  21. Quinoa: ristabilisce i livelli di glucosio nel sangue
  22. Cetriolo: ricchissimo d’acqua
  23. Prezzemolo: depura l’intestino
  24. Mango: eccellente per depurare il colon
  25. Spinaci: sono ricchi di vitamine
  26. Arance: ricche di vitamina C
  27. Papaia: ottima per depurare il colon.

Fonte: rimedionaturale

 

Olio di Palma: utilizzato per merendine, biscotti, craker, grissini e simili. E’ ufficiale (EFSA), è tossico

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Lo ha comunicato la EFSA,  l’Autorità per la sicurezza alimentare europea, e come riporta Il FattoAlimentare.it :

“L’olio di palma contiene tre sostanze tossiche (una delle quali classificata come genotossica e cancerogena) per cui il consumo di prodotti alimentari con discrete quantità di grasso tropicale viene sconsigliato soprattutto a bambini e adolescenti.” 

Il consumo che in Italia si fa di alimenti che contengono questo olio è davvero spropositato, decisamente oltre le dosi massime sopportate dal nostro organismo. Si tratta di 12 grammi al giorno pro capite, visto che l’olio di palma è il grasso usato da una moltitudine di aziende che producono merendine, biscotti, grissini, cracker, fette biscottate, prodotti da forno e decine di altri alimenti.

Qui vi riportiamo una lista non completa di alcuni marchi più famosi che ne fanno uso, ma per la vostra salute è sempre bene verificare sulle etichette riportate sui prodotti che state per acquistare:

  • NESTLÉ:tutti i suoi prodotti, compresi quelli della MOTTA(Buondì, Girelle, etc.)
  • MULINO BIANCO: pane, cracker, biscotti, merendine
  • KNORR: dadi da brodo
  • STAR: dadi da brodo
  • LINEA COOP: dadi da brodo, cracker, merendine
  • KRAFT: tutti i prodotti della SAIWA (compresa la linea VitaSnella)
  • BARILLA: i sughi freschi che trovate nel banco frigo (sulla confezione scrivono con olio extravergine di oliva, ma se leggete gli ingredienti il primo a comparire è proprio l’olio di palma)
  • PAVESI: biscotti, cracker
  • WAFER LOACKER
  • CROSTINI BARILLA

Pubblicato il 04/05/2016

Fonte: Qui

 

PIZZA: in due pizze su tre, mozzarella lituana e salsa cinese (COLDIRETTI).

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Nel 2015 sono infatti aumentate del 379% le importazioni di concentrato di pomodoro dalla Cina che hanno raggiunto circa 67 milioni di chili nel 2015, pari a circa il 10 per cento della produzione nazionale in pomodoro fresco equivalente, ma a crescere del 279% sono state anche le importazioni di olio di oliva dalla Tunisia –

Dalla mozzarella lituana al concentrato di pomodoro cinese, ma c`è anche l`olio tunisino e il grano canadese nelle quasi due pizze su tre servite in Italia che sono ottenute da un mix di ingredienti provenienti da migliaia di chilometri di distanza senza alcuna indicazione per i consumatori. E` quanto emerge dal Dossier Coldiretti presentato in occasione della mobilitazione degli agricoltori italiani con i trattori a Napoli a difesa della dieta mediterranea dove è stato fatto il confronto con la vera pizza 100% italiana. Nel 2015 sono infatti aumentate del 379% le importazioni di concentrato di pomodoro dalla Cina che hanno raggiunto circa 67 milioni di chili nel 2015, pari a circa il 10 per cento della produzione nazionale in pomodoro fresco equivalente, ma a crescere del 279% sono state anche le importazioni di olio di oliva dalla Tunisia mentre c`è stato un incremento del 17% dei prodotti caseari destinati alla trasformazione industriale e, tra queste, soprattutto le cagliate provenienti dalla Lituania e destinate a produrre mozzarelle senza alcuna indicazione sulla reale origine in etichetta. Ed i primi dati del gennaio 2016 non sono incoraggianti con l`aumento di mille tonnellate delle importazioni di grano tenero straniero. In particolare – precisa la Coldiretti – è stata proprio la Campania la regione principale di destinazione del concentrato cinese e delle cagliate industriali per sfruttare impropriamente l`immagine di qualità conquistata nell’alimentare. La pizza sviluppa un fatturato di 10 miliardi di euro in Italia, dove ogni giorno si sfornano circa 5 milioni di pizze per un totale di 1,8 miliardi all’anno che in termini di ingredienti significa – stima la Coldiretti – 200 milioni di chili di farina, 225 milioni di chili di mozzarella, 30 milioni di chili di olio di oliva e 260 milioni di chili di salsa di pomodoro. “Il riconoscimento dell`UNESCO avrebbe dunque un valore straordinario per l’Italia che è il Paese dove più radicata è la cultura alimentare e la pizza rappresenta un simbolo dell`identità nazionale”, ha affermato il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo nel sottolineare che “è chiaro che garantire l`origine nazionale degli ingredienti e le modalità di lavorazione significa difendere un pezzo della nostra storia, ma anche la sua distintività nei confronti della concorrenza sleale”. La petizione a sostegno della candidatura dell`arte dei pizzaioli napoletani a patrimonio immateriale dell`UNESCO ha superato l`obiettivo record di un milione di firme raccolte in tutti i continenti, quasi la metà delle quali raccolte grazie all`impegno della rete dei mercati degli agricoltori di Campagna Amica lungo tutta la Penisola, ma anche in occasione di Expo dove il 25 giugno 2015 l`Italia ha conquistato il record mondiale ufficiale di lunghezza della pizza di 1595,45 metri che è stato iscritto nel Guinness World Records.

 

Fonte: http://www.rainews.it

 

 

Aprile 2016

Pane avvelenato nelle scuole: maxi sequestro in tutta Italia

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Metalli pesanti e micotossine nel pane e nella pasta dei bimbi. La Forestale ha denunciato per frode nell’esercizio del commercio e somministrazione di sostanze alterate 14 imprenditori pugliesi e del Centro-Nord Italia, Sequestrati oltre 10.000 quintali di semola ricavata da grano non italiano.Ancora uno scandalo in tema di sicurezza alimentare. Gli uomini del Corpo forestale dello Stato della Puglia hanno denunciato per frode nell’esercizio del commercio e somministrazione di sostanze alterate 14 imprenditori pugliesi e del Centro-Nord Italia e hanno sequestrato oltre 10 mila quintali di semola, ricavata essenzialmente da grano non italiano. L’indagine, durata circa due anni — diretta dalla Procura di Trani — avrebbe accertato che pasta, pane e merende, destinate ai pasti nelle scuole con bimbi dai 2 ai 3 anni, presentava livelli di piombo superiori ai limiti consentiti. Erano presenti anche micotossine (deossinivalenolo), in due formati di pasta che ritraggono animali e autovetture. Infine, su più di un terzo del pane di semola di grano duro campionato, è stato rilevato il superamento dei limiti delle micotossine e di metalli pesanti (piombo e cadmio) previsti per i bimbi fino a 3 anni.

 

Approfondisci qui: http://corrieredelmezzogiorno

14/04/2016

CIOCCOLATO FONDENTE: non ci sono ragioni per rinunciare all’uovo di Pasqua.

Chocolat Se si tratta di cioccolato fondente, con un contenuto di cacao dal 70% in su, cedere alla tentazione può essere addirittura benefico. “Il fondente è un farmaco a tutti gli effetti. La fava di cacao, infatti, contiene grassi insaturi simili a quelli dell’olio d’oliva, è ricco di polifenoli e contiene importanti quantità di minerali fondamentali come potassio, silicio, zinco. In quantità difficilmente presenti in altri alimenti”, spiega Ciro Vestita, nutrizionista e fitoterapeuta, che ricorda i vantaggi di uno degli ingredienti principali delle feste pasquali.

“Il cioccolato si divide in due grandi categorie – dice l’esperto all’AdnKronos Salute – quello al latte che è solo una golosità e il fondente. In genere il cioccolato al latte contiene il 40%, massimo il 50% del cacao. Questo vuol dire 60-50% di zuccheri. Un’esagerazione”, soprattutto se si mangia alla fine di un pasto abbondante o durante le feste, quando gli strappi alla regola sono più che frequenti.

“Molti studi hanno confermato gli effetti benefici del cioccolato amaro – continua Vestita – La ricchezza in polifenoli mette questo alimento ai primi posti per la prevenzione dei tumori. E molti sono i vantaggi cardiovascolari a partire dalla capacità di abbassare la pressione, mentre componenti simili a quelle dell’olio d’oliva hanno effetti anti-invecchiamento e proteggono da malattie neurodegenerative, come l’Alzheimer”.

Qualche controindicazione, ovviamente, c’è. “Alcune persone hanno difficoltà a digerire il cioccolato – ricorda l’esperto – e, sempre persone predisposte, soffrono di cefalea. Un sintomo che, stranamente, si presenta spesso il giorno dopo averne mangiato”. Per tutti gli altri non ci sono limiti: “Non dimentichiamo che questo alimento libera endorfine e ci migliora l’umore”.

Le capacità curative, poi, possono essere addirittura potenziate, associandole ad altri ingredienti. “L’associazione principale – continua l’esperto – è con il peperoncino, proprio come lo preparavano i Maya”. Una ricetta particolarmente protettiva per il cuore. Così come è benefica a livello cardiovascolare “l’associazione con le noci, che contribuiscono ulteriormente al controllo della pressione. E quella con le nocciole. Infine, anche in una dieta dimagrante, 20 grammi di fondente al giorno rappresentano una gratificazione che non incide sulla bilancia”, assicura Vestita.
Nessun problema nemmeno a utilizzare gli avanzi delle uova di Pasqua nelle settimane successive. “Se ben conservati – conclude – possono durare anche 6 mesi. E possono essere utilizzati per la merenda dei bambini, magari su un pezzetto di pane. Oppure da sciogliere nel latte al mattino. I più sportivi, infine, posso mangiarne dopo una prestazione, per recuperare. Il cacao, infatti, è un alleato degli atleti: una tazza di cioccolata con un cucchiaino di miele due ore prima di una gara impegnativa (come una maratona) permette di fare una buona ‘scorta’ di vitamine, sali minerali e calorie”.

A promuovere il fondente anche Sara Testa, dietologa dell’unità di Chirurgia bariatrica dell’ospedale Humanitas. Questo alimento “rappresenta – spiega – una delle più importanti fonti alimentari di flavonoidi, cioè antiossidanti naturali presenti anche nel tè, nel vino rosso e nei frutti di bosco. Tanto maggiore è la percentuale di cacao nel cioccolato tanto superiore sarà la quantità di flavonoidi che hanno dimostrato di limitare gli effetti negativi associati ad elevate concentrazioni di colesterolo nel sangue”. Inoltre, “grazie anche all’effetto antinfiammatorio, i flavonoidi proteggono le arterie dai danni dell’aterosclerosi e prevengono malattie cardiovascolari come l’infarto e l’ictus”.

Una tavoletta di cioccolato fondente da 100 grammi contiene circa 500 calorie che rappresentano il 16-25% del fabbisogno calorico giornaliero, mentre il cioccolato al latte e quello bianco, rispetto al fondente, oltre a essere più poveri di flavonoidi, hanno un potere energetico superiore del 10-15% e contengono piccole quantità di colesterolo, che è invece assente nel quadrato ‘dark’.

adnkronos 21/03/2016

NON DEMONIZZATE LA CARNE: basta mangiarne poca

Calabrese

Il parere del professor Giorgio Calabrese subito dopo la notizia diffusa dall’Oms sulla pericolosità della «carni lavorate». «Il problema sono le alte temperature ed i grassi»

Sull’annuncio dell’Oms che ha inserito nella lista nera degli alimenti ad alto potenziale cancerogeno tutte le «carni lavorate» a partire dai wurstel fino ad arrivare al bacon delle colazioni anglosassoni, abbiamo sentito il parere del professor Giorgio Calabrese, dietologo-nutrizionista e presidente del Comitato Nazionale Sicurezza Alimentare del Ministero della Salute.

Professor Calabrese, come giudica la clamorosa notizia delle carni messe sullo stesso piano delle sigarette in fatto di pericolosità per la nostra salute?

«Sarei piuttosto cauto nel diffondere allarmismi di questo genere. É vero, e questo non smettiamo mai di ripeterlo, che gli alimenti di origine animale devono essere sempre tenuti sotto controllo e non bisogna mai eccedere nel loro consumo. Detto questo, il problema della “carne lavorata” non è la carne in sè, ma appunto la sua lavorazione: sono le temperature molto alte e l’aggiunta di grassi che determinano il problema».

In questo caso i nostri allevatori e produttori potranno essere in parte rassicurati visto che la rivelazione di oggi ha già messo in subbuglio tutto il settore?

«L’industria italiana per la lavorazione della carne usa tecniche all’avanguardia, di altissimo livello. I prodotti sono tutti controllati e sicuri al cento per cento. Non è un caso che tutta questa faccenda abbia preso il via dalla Gran Bretagna. Lì sono molto più a rischio perché hanno un consumo massiccio e spericolato di certi alimenti. Pensiamo al barbecue ad esempio. Quello è il modo peggiore per cuocere la carne, uno dei più pericolosi. Abbiamo già detto delle alte temperature, quindi le conclusioni si possono facilmente trarre».

In pratica è per proteggere soprattutto certe nazioni che l’IARC, l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro, ha scelto di non usare più mezzi termini e condannare insaccati e carni rosse?

«Beh, di sicuro il messaggio vale più per alcune popolazioni che non per altre. Di certo non è diretto ai Paesi poveri per esempio, visto che quelli non sanno nemmeno cosa sia la carne lavorata. Si sono rivolti soprattutto alle nazioni più industrializzate e in particolare a quelle che hanno più volte dimostrato di fare scelte sbagliate nel campo della sicurezza alimentare. Se si pensa ad esempio che di recente per proteggere il consumatore in Gran Bretagna hanno scelto di classificare con il bollino rosso l’olio extra vergine d’oliva e il latte e con il bollino verde la RedBull e la CocaCola Zero, abbiamo detto tutto!».

Quindi che cosa potremmo consigliare a chi è seduto proprio adesso a tavola davanti a un hamburger o a qualche fetta di prosciutto crudo?

«Di mangiarne poco. Di mangiarlo oggi e magari domani no. E a proposito di prosciutto chiariamo subito una cosa. La lavorazione dei nostri prodotti italiani è realizzata con criteri assolutamente salubri. Per il prosciutto tutto quel che serve è il sale, dunque non ci sono di mezzo grassi aggiunti e neppure alte temperature. La regola è quella che non finiremo mai di ripetere: mangiate poca carne, ma mangiatela».

A questo punto però deve dirci esattamente quali tipi di cottura la renderanno più innocua per tutti noi.

«In padella, cotta per pochi minuti e con un po’ d’olio. Non fritta e non sulla brace».

Da oggi sarà comunque impossibile dimenticare quanto asserito dall’Oms?

«Certo. Ascoltate l’Oms, ma non prendete le cose che dice come dei dictat. Quelli che sostiene sono dei proponimenti e dei consigli che vanno soppesati e valutati nella loro interezza. Il messaggio è: non vi riempite di carne e fate attenzione a come è lavorata. Qualunque altro concetto è puro terrorismo».

(La Stampa)