NUOVO STUDIO SULLA CARNE: mangiata con moderazione, non accorcia la vita

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A tavola la moderazione è amica della salute, anche quando si tratta di carne. Il consumo limitato di questo alimento non riduce l’aspettativa di vita, secondo uno studio condotto dall’università di Oxford che ha confrontato i dati di mortalità totale e le singole cause di due grandi studi prospettici di popolazione: l’Oxford Vegetarian Study (OVS) e l’EPIC-Oxford (European Prospective Investigation into Cancer and Nutrition-Oxford).

L’analisi ha riguardato le abitudini alimentari e lo stato di salute di 60.310 adulti, tra vegetariani, vegani e consumatori di carne del Regno Unito negli ultimi 30 anni, valutando il rischio di malattie.

In particolare, dallo studio emerge che non ci sono significative differenze di mortalità tra i diversi gruppi di dieta esaminati: i vegani e vegetariani inglesi non hanno una vita più lunga rispetto a chi mangia poca carne.

Per quanto riguarda le cause di morte, quelle per cancro pancreatico e per malattie respiratorie nelle persone che consumavano carne con moderazione sono risultate del 30-45% inferiori rispetto a quanto rilevato fra chi ne consumava 5 volte alla settimana.

Anche se, rispetto a quest’ultimo gruppo, la mortalità per cancro pancreatico e tumori del sistema linfopoietico risulta dimezzata per vegetariani e vegani.

Mentre la mortalità per tutti i tumori è risultata inferiore del 10% circa in chi non consuma alimenti di origine animale rispetto agli altri gruppi.

Analizzando separatamente vegetariani e vegani, invece, non è emersa alcuna differenza statisticamente significativa nella mortalità per le prime 6 maggiori cause di morte tra vegani e consumatori abituali di carne. I dati sono risultati sovrapponibili sia dopo gli aggiustamenti statistici su peso (Bmi), genere, abitudine al fumo, sia confrontando la mortalità prima dei 75 anni e a 90 anni. Va precisato, però, che gli studi si riferiscono alle popolazioni britanniche e statunitensi, dove le abitudini alimentari sono diverse da quelle degli italiani: il consumo di carne in questi Paesi è mediamente superiore al nostro.

 

(adnkrons  30/01/2016)

CIBI SCADUTI: ecco i dieci alimenti che si possono comunque consumare, con attenzione !!!

Buttare un alimento dopo la data di scadenza è un’abitudine comune a molte persone, ma non tutto quello che finisce nella pattumiera è sempre da scartare. Se è vero che gli italiani, complice la crisi, sono sempre più sensibili al tema dello spreco alimentare, lo stesso non può dirsi per gli inglesi. Basta pensare che solo in Gran Bretagna ogni anno vengono gettate nella spazzatura oltre quattro milioni di tonnellate di cibo ‘scaduto’ che in realtà può essere consumato senza rappresentare un rischio per la salute.

Sono molti gli alimenti che riescono a conservarsi oltre la dicitura ‘da consumarsi preferibilmente entro…‘ riportata sull’etichetta, come scrive ‘The Independent’, che tramite Dan Cluderay, il proprietario del sito web ‘Approved Food’ che vende a prezzi scontati cibo che ha superato la data di scadenza, ha stilato una lista di 10 alimenti che dopo la scadenza possono essere portati in tavola tranquillamente.

Per capire se un alimento può essere consumato anche dopo la data di scadenza, Cluderay spiega anche che va fatta una distinzione tra le diverse diciture riportate sull’etichetta: ‘data di scadenza‘, che significa che non è sicuro mangiare quel cibo oltre la data indicata, ‘da consumarsi entro‘, che indica il termine esatto entro cui l’alimento deve essere consumato e ‘da consumarsi preferibilmente entro‘, ossia che dopo la data indicata l’alimento è ancora commestibile.

“Le persone stanno cambiando le loro abitudini – ha detto Cluderlay – I soldi hanno un valore e la gente comincia a capirlo”. Di seguito i 10 prodotti che possono essere mangiati oltre la data di scadenza:

  1. Patatine. La grande quantità di sale presente fa sì che si conservino a lungo.
  2. Cioccolato. Stesso discorso delle patatine, solo che qui è la quantità di zucchero a garantirne la conservazione.
  3. Ketchup. Condimenti come questo riescono a conservarsi anche per un anno oltre la data di scadenza se tenuti in un luogo fresco e asciutto o in frigorifero.
  4. Yogurt. Può durare fino a sei settimane oltre la data di scadenza. Nel caso in cui si creasse uno strato di muffa, basta rimuoverla con il cucchiaino e mangiare quello che c’è sotto.
  5. Formaggio a pasta dura o stagionato. Se inizia ad apparire un po’ di muffa è sufficiente raschiarla via con un coltello. Del resto, molti formaggi come il gorgonzola sono fatti con la muffa. Da evitare tassativamente quelli a pasta molle, come il brie o il camembert.
  6. Latte. Finché non inizia ad avere un cattivo odore e a rapprendersi può essere consumato.
  7. Uova. Per capire se sono buone basta immergerle in una ciotola d’acqua: se galleggiano, probabilmente al loro interno si sono accumulati gas e batteri e quindi è meglio scartarle. Se invece affondano, probabilmente sono ancora buone.
  8. Pane. Anche se è un po’ stantio, si può riscaldare nel forno. L’importante è che non abbia della muffa sopra.
  9. Riso. Può durare mesi o addirittura anni oltre la data di scadenza.
  10. Frutta e verdura. Qui vale la regola del buon senso. Se non c’è muffa e non sono mollicce, allora possono essere mangiate tranquillamente.

fonte: adnkronos 26/01/2016

Salmone Frankenstein: OGM per farlo crescere più rapidamente

Salmone OGM

 

Lo zoo degli animali Ogm si arricchirà presto di una nuovo elemento: il salmone ‘Frankenstein’. Un pesce geneticamente modificato in modo tale da raggiungere la maturità in metà tempo. Oggi infatti per la specie atlantica occorrono tre anni. Ad ottenere il via libera alla produzione dei primi salmoni Ogm è l’azienda biotech americana AquaBounty Technologies, secondo cui – riferiscono i media Usa – l’operazione ridurrà anche l’impatto ambientale associato all’acquacoltura, oltre ai costi di produzione.

Oggi la Food and drug administration ha dato il via libera all’operazione. Ma l’arrivo sulle tavole americane dei primi salmoni Ogm – battezzati AquaAdvantage salmon – non sarà immediato: secondo le previsioni questo pesce arriverà sul mercato prima del 2018.

 

(adnkrons)

ALIMENTAZIONE: le 10 bugie sul cibo

Le 10 bugie sul cibo

Lo zucchero nutre il cervello, il burro danneggia le arterie, saltare i pasti aiuta a dimagrire. Sono solo alcuni dei tanti falsi luoghi comuni che sopravvivono al passare del tempo e ai tanti dati scientifici che ne contraddicono i presupposti. Smascherare queste bugie è utile per tentare di fare chiarezza e di evitare il perpetuarsi di errori che si tramandano di bocca in bocca coinvolgendo a volte anche i medici. Vediamo quindi quali sono le credenze errate che più tipicamente si sentono citare quando il discorso cade sulla nutrizione e sul cibo. Il mondo dell’alimentazione non è esente da falsi miti e credenze infondate che si sono radicate nel corso di tempo.

  1. Mi sento sfinito, ho bisogno di zuccheri
  2. Come contorno prendo spesso le patate o i piselli ….: sono le mie verdure preferite!
  3. Il biologico è sano
  4. Mangio la pizza di Kamut® perché è più sana
  5. Dimagrire è semplice: basta saltare il pasto
  6. Il burro fa male: non lo mangio mai
  7. Se stai male mangia in  bianco
  8. Mai la pasta alla sera
  9. Latte e latticini sono l’unica fonte di calcio
  10. Mangio prodotti gluten free perché sono dietetici e fanno perdere peso

1. Mi sento sfinito, ho bisogno di zuccheri!

Certo, lo zucchero è fondamentale per alcuni organi ed è certamente capace di fornire energia ma non quello che mettiamo nel caffè o nella torta. Lo zucchero che serve ai nostri organi è prodotto dal fegato a partire da alimenti più complessi come i cereali integrali, la verdura, la frutta e in alcuni casi perfino dalle proteine. Aggiungere altro zucchero non serve a nulla e anzi contribuisce ad aumentare la glicemia e costringe il pancreas a produrre più insulina, cosa che nel tempo può portare a problemi come la sindrome metabolica, il sovrappeso e il diabete. Quindi, il consiglio è: evita gli zuccheri e per avere energia inserisci nella tua alimentazione carboidrati sani come la verdura e la frutta di stagione e i cereali integrali.

2. Come contorno prendo spesso le patate o i piselli… sono le mie verdure preferite!

La patata è un tubero ricco di amidi e quindi, dal punto di vista nutrizionale è più simile a un alimento ricco di carboidraticome i cereali per esempio. Non ha molto senso usare le patate come contorno in particolare se si mangiano nello stesso pasto pane, pasta o riso. Meglio, invece, usarle come fonte di carboidrati assieme a una grossa porzione di verdure e un po’ di proteine come pesce o carni magre. Alla stessa stregua delle patate, anche i piselli sono spesso scelti come contorno, cioè come se fossero delle verdure. Ma, in realtà, pur essendo ricchi di fibre, sono alimenti proteici che possono sostituire, se assunti insieme ai cereali integrali, per esempio la carne o le uova. Un piatto molto comune e consumato come lo spezzatino di carne con piselli, quindi, è eccessivamente proteico e quindi non costituisce un pasto bilanciato a livello nutrizionale.

3. Il biologico è sano

Con alimenti biologici si intendono cibi derivati da agricoltura biologica che si caratterizza per il rispetto della naturale fertilità del suolo, per la promozione della biodiversità ambientale, per l’uso minimo di prodotti chimici e degli OGM. Non significa però che un cibo per questo motivo diventi necessariamente sano. Né tantomeno che fare la spesa in un negozio bio sia una garanzia per la nostra salute. Anche in questo caso occorre saper scegliere. Esistono alcune categorie di alimenti per cui acquistare la versione biologica ha senso: verdura e frutta prima di tutto. Ma un biscotto bio, se fatto con farine bio raffinate, è pur sempre un biscotto così come anche altri prodotti come la marmellata, le patatine o il vino. Ci può essere una concentrazione minore di sostanze chimiche ma il biscotto continuerà ad avere farine raffinate e zuccheri così come il vino conterrà comunque alcol.

4. Mangio la pizza di Kamut® perché è più sana!

A mangiare Kamut® si fa un favore all’azienda americana che ne detiene il marchio e che si trova nel Montana. Si tratta di una varietà mai ibridata né incrociata, prodotta da agricoltura biologica del generico grano Khorasan il cui nome deriva a sua volta dalla regione iraniana dove ancora oggi viene coltivato. Nella maggior parte dei casi ne viene consumata la versione raffinata e non quella integrale, quindi il vantaggio in termini di salute è inesistente. La stessa cosa vale per il farro e altri cereali che, se non sono integrali, non hanno gli stessi vantaggi. Il consiglio in questo caso è di non badare ai marchi di moda ma cercare invece di assumere cereali integrali nella maggior parte dei casi. Se poi ogni tanto vuoi una pizza, che sia di Kamut® o meno cambia ben poco!

5. Dimagrire è semplice: basta saltare il pasto

Questo è un luogo comune che tenta di ridurre un problema complesso sia dal punto di vista biologico che comportamentale a una banale formuletta matematica. Magari fosse così semplice dimagrire! Certo, è vero che si deve consumare di più di quello che si inserisce ma nel risultato finale intervengono anche fattori ormonali che rendono le cose più complesse. Ecco perché1.000 calorie di zucchero non hanno lo stesso effetto di quelle apportate da pesce o olio extra vergine d’oliva. Occorre quindi tenere prima di tutto presente cosa si mangia, cioè da che tipo di alimenti ci facciamo fornire le calorie previste per ottenere una perdita di peso. Il consiglio è, quindi, di tenere sempre presente che gli alimenti corretti sono verdura, frutta, cereali integrali, grassi sani e proteine nobili e questo rimane valido sia che si voglia aumentare che diminuire di peso.

6. Il burro fa male, non lo mangio mai

Da molti anni su burro e altri grassi saturi è in corso una campagna d’accusa che li vede presunti responsabili di molti problemi, prima di tutto a livello cardiaco. L’immagine semplicistica che molte persone si sono fatte è che i grassi saturi “tappano” le arterie producendo il peggiore dei risultati, l’infarto. Stesso ruolo che è stato attribuito ai cibi ricchi di colesterolo. Il quadro però è molto più complesso di così e tanti fattori contribuiscono a peggiorare la salute delle nostre arterie, tra cui anche lo zucchero.
L’aterosclerosi è prima di tutto un processo infiammatorio in cui i grassi sono coinvolti come conseguenza di una serie di reazioni più che come causa primaria. Inoltre i grassi saturi hanno un destino diverso a seconda del contesto in cui vengono assunti. Se per esempio vengono associati a zuccheri semplici, che aumentano la produzione di insulina, possono risultare dannosi per i vasi, ma se diversamente vengono assunti insieme a proteine non hanno questo effetto e sono utili come precursori di alcuni ormoni. Se quindi vuoi concederti un po’ di burro, mangialo con una fetta di pane integrale e magari del salmone affumicato piuttosto che con la marmellata!

7. Se stai male, mangia in bianco

È una situazione in cui tutti noi ci riconosciamo perché è una convinzione che ci è stata trasmessa dalle nostre mamme. Il classico “menu” del mangiare in bianco che prevede riso, patate lesse, magari con l’aggiunta di un po’ di formaggio grattugiato o, per esempio, dello stracchino. Dopotutto è quel che si definisce il classico piatto “da ospedale”. Siamo sicuri che sia l’alimentazione più corretta per quando si sta male? Ovviamente si fa riferimento qui a condizioni di malessere generale e non a patologie specifiche e ben più gravi per cui si deve prevedere una dieta ad hoc. Quindi, quando febbre o altri malanni di stagione prendono il sopravvento, l’alimentazione migliore è quella che si dovrebbe seguire sempre: completa e ben bilanciata nei macro e nei micronutrienti attraverso il consumo, nelle giuste proporzioni e combinazioni, di verdure, frutta, legumi, carne, uova, pesce, olio e cereali integrali. Quando mangiamo in bianco perché crediamo di mangiare “leggero” in realtà non è così. Guarda bene: c’è il riso bianco che, poiché è raffinato, non contiene le fibre necessarie per evitare quegli sbalzi della glicemia che sono all’origine di un’eccessiva produzione d’insulina, uno dei fattori di rischio per il sovrappeso e l’obesità. Sarebbe meglio, quindi, prediligere il riso integrale ricco di fibre. Se al riso bianco si aggiunge un’ulteriore porzione di carboidrati attraverso le patate e si completa il tutto con una fetta di prosciutto cotto o del formaggio che, per quanto possano non sembrare pesanti, contengono molti grassi, il gioco è fatto! Cosa fare allora? Ancora una volta la risposta risiede nel piatto unico.

8. Mai la pasta alla sera!

Molto spesso si sente dire che consumare alla sera pasta, riso e altri cereali fonte di carboidrati è deleterio e fa ingrassare. Certamente un pasto serale eccessivamente ricco di calorie, e di carboidrati in particolare, molto probabilmente finirà con il contribuire all’accumulo di grasso. Ma se invece vengono assunti dei carboidrati dei cereali integrali nelle dosi giuste si possono ottenere perfino alcuni benefici. Il primo è a carico del sonno: i carboidrati favoriscono la penetrazione di un aminoacido, il triptofano, necessario per formare serotonina e melatonina, sostanze che conciliano il sonno e il rilassamento. Il secondo è che i carboidrati serali generano un senso di benessere e appagamento che contribuisce a ridurre lo stress e a smorzare gli effetti negativi del cortisolo.

9. Latte e latticini sono l’unica fonte di calcio

Il consumo di latte e derivati è recente nella storia evolutiva umana e si colloca a circa 10.000 anni fa. È logico quindi che fino a quel momento l’uomo fosse perfettamente in grado diottenere quantità sufficienti di calcio da alimenti di origine vegetale. Verdure, noci e legumi sono ottime fonti di calcio. Quest’ultimo, peraltro, non è l’unico fattore di rischio all’origine delle problematiche ossee che devono invece essere ricondotte anche alla sedentarietà, al fumo, all’abuso di alcol e a una nutrizione complessivamente scorretta. Oltre al calcio, per la salute dell’osso sono, inoltre, fondamentali la vitamina D e la vitamina K2 che si trova in alimenti di origine animale tra cui le uova.

10. Mangio prodotti gluten free perché sono dietetici e fanno perdere peso

Negli ultimi anni i prodotti privi di glutine sono aumentati di popolarità fino a diventare una scelta alimentare anche per persone non affette da celiachia. Fermo restando che nei pazienti celiaci è ovviamente necessario non assumere glutine, è doveroso sottolineare che esistono cereali come riso, quinoa, grano saraceno, amaranto, miglio e mais che sono naturalmente senza glutine e soddisfano un’ampia varietà di gusti. In questo senso i prodotti gluten free sono per lo più un modo per permettere anche ai celiaci di assumere alimenti come biscotti, prodotti da forno e simili. È vero anche che negli ultimi anni è emerso un filone di ricerca che sostiene che il glutine possa indurre reazioni infiammatorie anche in soggetti non celiaci e che quindi una riduzione nell’assunzione potrebbe essere utile a molti. Ma per quello che riguarda la perdita di peso non vi è invece alcuna correlazione con l’assunzione o meno di glutine.

(casadivita.it)

TONNO : LO SCANDALO, QUELLO CHE SI MANGIA IN ITALIA VIENE DALL’ESTERO ED È PIENO DI ADDITIVI.

Tonno scandalo

Sapevate che l’80% del tonno rosso pescato in Italia finisce in Giappone? Ma allora cosa arriva sulle tavole italiane? A fare nuova luce sulla questione è stato il programma Presa Diretta.

Secondo l’inchiesta, nel nostro paese consumiamo il tonno a pinna gialla sottovuoto decongelato e pescato nell’oceano Indiano o Pacifico. Senza contare che il 70% del tonno che gira in Italia è ricco di additivi. Sappiamo bene che il tonno rosso è a rischio estinzione. Per questo sono state fissate delle quote acquistate dagli armatori. L’Italia può pescarne 2.300 tonnellate.

Ma che fine fanno i tonni che popolano le acque italiane? A raccontarlo è Lisa Iotti. Il 90% dei tonni rossi presi in Sardegna a Carloforte, l’ultima tonnara fissa, non arriverà mai sulle nostre tavole. Viene portato a Malta e qui viene prima allevato e poi venduto.

Ecco le stazioni di arrivo dei tonni rossi: davanti le coste maltesi. Le gabbie per tonni  ospitano da 800 a 3.000 tonni, ingrassati con mangime (120 tonnellate al giorno) costituito da pesce azzurro, aringhe e sardine provenienti da Spagna, Olanda e Marocco.

Il più grande imprenditore-allevatore maltese Charles Azzopardi ingrassa 18.000 tonni e li vende tutti ai giapponesi. Questi ultimi comprano circa l’80% del tonno rosso del Mediterraneo, destinandolo al mercato del sushi di Tokyo, dove viene venduto a un costo 10 volte maggiore rispetto a quello di acquisto.

E in Italia chi ha il mercato del tonno rosso in mano? Sono 12 e quasi tutti i campani gli armatori che hanno comprato le quote e che catturano in mare aperto i tonni da vendere agli allevamenti di Malta. In pochi giorni, essi riescono a catturare fino a 4.000 tonni vivi al giorno.

Ma c’è un altro scandalo raccontato dai pescatori. Il tonno rosso pescato fuori quota non sempre viene gettato in mare:

“Invece di essere trattato come prevedono le severe norme igienico sanitarie, viene velocemente tagliato in tanti pezzi, nascosto in blocchi nascosti negli anfratti del peschereccio pronti per essere venduti abusivamente”.

E le conseguenze le abbiamo già sperimentate con le intossicazioni alimentari.

Il 26 maggio scorso, il Commissario europeo per l’ambiente ha annunciato che grazie alle quote il tonno rosso sta ricominciando a crescere nei nostri mari. Così la quota è stata aumentata del 20%.

Cifra che sarà certamente destinata ad incrementare i mercati giapponesi.

 

(gremme.it-Francesca Mancuso)

RED BULL: ecco cosa succede al nostro corpo quando la bevi

redbull

Le bibite industriali sono da sempre sotto accusa. E allora non sorprende che oltre che alla Coca Cola, ogni tanto si effettuino studi su altri tipi di prodotti. Questo è il caso di un energy drink tra i più famosi, la Red Bull, salita alla ribalta da qualche anno ma ormai entrato a far parte dell’uso collettivo, soprattutto da parte di chi fa sport o per motivi di lavoro ha bisogno di una alternativa al caffè per fare il pieno di energia. Va detto che il gusto particolare di questa bevanda la rende già di per se abbastanza controversa: se la Coca Cola è stata in grado di conquistare praticamente tutti (difficile trovare qualcuno cui “non piace”) la Red Bull con il suo aroma alla fragola molto intenso e poco naturale, piace a pochi. Ma ciò che più interessa è: fa bene, fa male, è consumabile senza preoccupazioni?

Secondo recenti studi, questo tipo di energy drink fa male. Ovviamente parliamo di un abuso, più che di un uso, eccessivo. Insomma berne una lattina una volta al mese o poco più certo non ci danneggia. Se si comincia a considerarla un’abitudine settimanale o giornaliera, probabilmente si incorre in qualche rischio in più.

Colpa dell’enorme quantitativo di zuccheri e caffeina e del grado di acidità che può essere pari a un pH di 3.3, lo stesso dell’aceto. Una composizione che può causare carie ai denti, corrosione allo smalto e problemi di digestione.

Una “infografica” del Daily Mail e pubblicata sul sito personalise.co.uk, ha spiegato cosa succede al nostro organismo, quando assumiamo una Red Bull.

1° step. Dopo averla bevuta in decina la caffeina entra in circolo nel nostro organismo, la pressione sanguigna aumenta insieme al battito cardiaco.

2° step. Dopo 15-45 minuti la caffeina raggiunge il livello più alto di concentrazione nel sangue e consente maggiore capacità di concentrazione e di prontezza di riflessi.

3° step. Dopo 30-50 minuti, l’assorbimento nel nostro organismo della caffeina è finito e il fegato assorbe più zuccheri dal sangue.

4° step. Dopo un’ora, si verifica un crollo degli zuccheri e ci si sente stanchi.

5° step. Dopo circa 6 ore il livello di caffeina contenuta nel sangue si riduce del 50%.

6° step. Servono 6-12 ore per smaltire il contenuto di caffeina assunto.

7° step. Dopo 12-24 ore si verificano crisi d’astinenza accompagnate da cefalea e irritabilità.

8° step. Dai 7 ai 12 giorni dopo l’assunzione, si verifica una assuefazione alla caffeina.

 

(https://www.salustore.com)

UOVA: le 18 cose da sapere

Uova

Crudo, alla coque, strapazzato o all’occhio di bue. Un alimento da molti amatissimo e da altri poco tollerato. Ecco quali sono i miti da sfatare e gli accorgimenti perché sia salutare

E’ meglio un uovo oggi o una gallina domani? Se siete i tipi che “colgono l’attimo”, opterete per la prima scelta e se la intenderete in senso letterale (quindi mangereccio), allora è bene che sappiate tutto su questo alimento così determinante per il nostro organismo.  Alla coque o strapazzato, all’occhio di bue o montato a zabaione: l’uovo cambia caratteristiche e qualità a seconda di come viene cucinato. Non solo. I benefici o i danni che può procurare alla nostra salute sono da valutare in rapporto alla quantità che se ne consuma e ai tempi di conservazione dal momento in cui è stato deposto fino all’arrivo sulla nostra tavola.  Per chi lo ama e vorrebbe gustarlo ancora più spesso; per chi non lo tollera ed è curioso di conoscere meglio il suo nemico, ecco un dettagliato vademecum realizzato in collaborazione con le dottoresse Elga Baviera e Sabina Rubini, esperte in sicurezza degli alimenti e Componenti della Commissione Permanente di Studio dell’Ordine Nazionale dei Biologi.

1) Quando acquistiamo le uova, come possiamo distinguere quelle (abbastanza) fresche da quelle già di diversi giorni?  «Se acquistiamo le uova al supermercato dovremmo affidarci alle etichette che accompagnano il prodotto, obbligatorie dal 2014. Troveremo Categoria (per le uova fresche è la A), Taglia (il peso), TMC (tempo minimo di conservazione) e data di deposizione (quando la gallina ha fatto l’uovo). Nel caso in cui le uova ci siano state regalate dall’amico contadino, allora bisognerà controllare le dimensioni della camera d’aria. Immergete l’uovo in acqua salata. Se va a fondo vuol dire che è fresco».

2) E’ salutare mangiare un uovo appena deposto dalla gallina?  «Nel caso di galline sane, allevate a terra e all’aperto, in condizioni igienico sanitarie “garantite”, assolutamente sì. Diversa la situazione se le uova provengono da allevamenti intensivi. La scritta “allevate a terra” non significa che l’allevamento non sia comunque di tipo intensivo. In questo caso le galline sono soggette a malattie quindi i veterinari somministrano loro farmaci. Sicché è necessario un “tempo di sospensione” cioè di smaltimento del medicinale da parte dell’animale per garantire un consumo salubre».

3) Tuorlo o albume, quale è più calorico?  «Decisamente il tuorlo che rappresenta la parte più “corposa” dell’uovo per la presenza dei nutrienti in esso contenuti. Nel tuorlo si riscontra una porzione proteica di alto valore biologico, una significativa razione lipidica, costituita principalmente da acidi grassi insaturi (in particolare di acido linoleico appartenente al gruppo degli Omega 6), e una componente di colesterolo decisamente importante».

4) La domanda che tutti si pongono: quante uova si possono (o devono) mangiare alla settimana?  «In persone sane che rispettano una dieta varia ed equilibrata, il consumo di 5-6 uova alla settimana non comporta stravolgimenti nel tasso di colesterolo e trigliceridi. Ma siccome un tuorlo rappresenta il 78% della quota massima giornaliera di colesterolo raccomandata, quindi il consumo ideale è di 2-3 uova alla settimana».

5) L’impatto dell’uovo sul nostro organismo dipende da come viene cucinato?  «Sì. Per cuocere correttamente un uovo, l’albume deve essere ben cotto, mentre il tuorlo è preferibile resti un po’ crudo. Nell’albume è contenuta la avidina che rende indisponibile la vitamina H, componente essenziale per la conservazione della pelle, dei capelli, dei nervi, delle ghiandole sebacee, del midollo spinale e della ghiandole sessuali. L’avidinia viene disattivata con la cottura, ecco perché è meglio che il bianco sia ben cotto».

6) A proposito di cottura, quale sistema garantisce una maggiore digeribilità: crudo, alla coque, strapazzato, frittata, omelette, sodo, occhio di bue?  «Il tempo di permanenza delle uova nello stomaco è il seguente: un uovo cucinato alla coque permane nello stomaco circa 1 ora e 45 minuti, un uovo crudo circa 2 ore e 15 minuti, l’uovo “affogato” cosiddetto perché cucinato con il burro ha tempi di digestione intorno alle 2 ore e 30, infine sodo o sotto forma di frittata circa 3 ore. La digeribilità è da considerarsi legata anche al tipo di condimento utilizzato (olio, burro, strutto), ragion per cui risulta più digeribile l’uovo alla coque, o in camicia perché cuoce per meno tempo».

7) E’ vero che l’uovo preparato a zabaione apporta energia?  «Preparato con tuorlo d’uovo, che apporta un valore proteico e lipidico, e zucchero semolato, zucchero semplice di immediato utilizzo per l’organismo, lo zabaione è una crema da considerarsi certamente ad alto valore energetico e nutritivo. La ricetta tradizionale prevede l’aggiunta di un liquore, generalmente il Marsala secco, pertanto è sì un alimento energetico, ma anche molto calorico (253 Kcal per 100gr di prodotto)».

8) Fra gli antichi rimedi per rendere più lucidi i capelli c’è anche quello di sbattere un uovo e spalmarselo sul capo: funziona?  «Nelle uova troviamo la lecitina (sostanza preziosa, biologicamente parlando, di cui necessitano tutte le cellule del nostro corpo), ma anche la taurina e l’arginina due tipi di molecole che contribuiscono a “nutrire” i bulbi piliferi, dai quali dipende la crescita dei capelli. Inoltre, soprattutto nel tuorlo si ha la presenza di varie sostanze come Vitamina A, B4 (Adenina) e B5 (Acido Pantoteico), che contribuiscono ad una buona crescita della capigliatura. Ma sì, mettiamoci le uova in testa e teniamole almeno 15-20 minuti. Aiuta».

9) Quali patologie fanno dell’uovo un alimento da evitare ad ogni costo?  «L’uovo è sconsigliato per chi ha problemi di gotta. Dovrebbe evitarlo anche chi soffre di calcoli di ossalato di calcio e chi ha colite, pancreatite, disfunzioni metaboliche. Da sfatare invece il pregiudizio per cui l’uovo farebbe male al fegato. Tutt’altro, è perfino utile per prevenire la formazione di calcoli biliari».

10) Guscio bianco e guscio scuro, cosa cambia?  «Il colore del guscio dipende dalla razza della gallina e non ha alcun effetto sul sapore e sulle componenti nutrizionali. Si tratta di un fattore genetico, così come lo spessore il quale però può essere influenzato anche dall’alimentazione, dallo stile di allevamento e dalla frequenza delle deposizioni».

11) Uova di pasta gialla: come mai sono di quel colore e quali proprietà hanno?  «Le xantofille (appartenenti alla famiglia dei carotenoidi) contenute nell’alimentazione delle galline ovaiole sono responsabili della colorazione del tuorlo (che può andare dal giallo-chiaro al rosso-arancio) ed incidono sulla colorazione di zampe e cute. La colorazione non influisce sul valore nutrizionale e risponde solo ad esigenze commerciali».

12) A che età si possono introdurre le uova nell’alimentazione dei bambini?  «Già dopo il primo anno di vita. Preceduto da piccole quantità di tuorlo somministrate con cautela durante il periodo dello svezzamento e sotto controllo pediatrico, l’uovo può essere consumato intero, in quanto fonte preziosa di ferro e proteine. Attenzione però alle intolleranze o alle allergie dovute all’albume ed in particolare alle proteine in esso contenute: ovoalbumina e ovomucoide».

13) L’uovo diventa più indigesto se mescolato con altri alimenti?  «Budini, gelati, pasticcini, torte, creme pasticcere, polpettoni e panature, maionese. In effetti le uova sono un po’ dappertutto. Ma per fortuna, data la loro alta digeribilità, non rappresentano un pericolo».

14) E’ vero che se abbiamo toccato il guscio dell’uovo dobbiamo subito lavarci le mani perché rischiamo di prendere la salmonella?  «La Salmonella è il più importante patogeno trasmesso dalle uova, secondo l’EFSA (Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare) la contaminazione è pari allo 0,8% di tutte le uova che si producono in un anno. Sebbene le uova possano essere infettate per via transovarica da galline ammalate o portatrici, il 90% delle contaminazioni avviene dopo la deposizione. Lavare rapidamente le uova sotto l’acqua può essere utile, così come il mantenimento della catena del freddo. E’ bene comunque lavarsi le mani sempre dopo avere toccato le uova e anche quando si manipola il pollo crudo».

15) Meglio le uova da allevamenti biologici?  «Preferibilmente sì in quanto la tecnica di allevamento biologico, secondo normative comunitarie, consente di allevare gli animali nel rispetto delle esigenze fisiologiche, ma anche ambientali».

16) Le uova di altri volatili che non siano le galline sono da consumarsi con le stesse indicazioni?  «Anche le uova di altri volatili, come le faraone o le quaglie, sono fonte di importanti nutrienti il cui valore risiede appunto nel contenuto proteico. Esistono piccole variazioni delle componenti principali (proteine e lipidi). Ad esempio le uova di anatra hanno un contenuto lipidico lievemente maggiore rispetto alle uova di gallina, di oca e di tacchino. Le più proteiche in assoluto sono quelle di gallina».

17) E’ vero che le uova sono utilizzate anche per produrre farmaci?  «Sì, le uova vengono utilizzate anche per la produzione di alcuni tipi di vaccini. Un vaccino è un prodotto costituito da una piccolissima quantità di microrganismi (virus o batteri) uccisi o attenuati, o da parte di essi, prodotto allo scopo di stimolare nel corpo la naturale reazione immunitaria. Le uova di gallina vengono usate per produrre soprattutto i vaccini antinfluenzali. Approssimativamente da ogni uovo si ottiene una dose di vaccino».

18) Una domanda buffa dedicata ai bambini: se mettiamo un uovo al caldo e non lo apriamo, verrà fuori un pulcino?  «La risposta è sì! Ma a patto che l’uovo provenga da un pollaio dove è presente un gallo che mediante l’accoppiamento con la gallina abbia fecondato l’uovo. Quindi cari bambini, per i vostri esperimenti, non contate sulle uova comprate al supermercato».

 

(lastampa-ClaudiaCarucci)

BIGMAC: le 5 fasi per digerirlo in 3 giorni

BIG MAC

 

 

 

 

 

BIG MAC: ecco cosa succede al tuo corpo quando lo mangi

3 GIORNI PER DIGERIRLO

5 FASI DI ELABORAZIONE

51 GIORNI PER DIGERIRE GLI ACIDI GRASSI

È il panino “ammiraglio” : un solo panino apporta 540 calorie, quasi la metà del fabbisogno calorico giornaliero di un individuo adulto e, secondo uno studio, si impiegano 3 giorni per digerirlo completamente! «Cosa rende così unico il Big Mac? La sua deliziosa salsa Big Mac? La sua carne cotta alla piastra con solo sale e pepe? O forse la cipolla a cubetti, la croccante lattuga iceberg, lo squisito formaggio fuso? Che importa! C’è sempre un buon motivo per gustare un Big Mac». Nella pagina dedicata al suo panino “ammiraglio”, Big Mac ti dice che non importa cosa contenga il mega panino, l’importante è che tu lo compri e lo mangi. Invece, secondo uno studio pubblicato sul sito Fast Food Menu Price, faresti bene ad importartene. Innanzitutto, il senso di sazietà di un pasto a base di un Big Mac è di breve durata, malgrado gli hamburger risultino conditi da varie salse e siano a dir poco ipercalorici. Lo scarso senso di sazietà indotto dal panino è da attribuire all’eccesso di zuccheri. L’elevato livello di zuccheri contenuti nel Big Mac, infatti, genera un vero e proprio effetto ingannevole per il cervello che stimola l’organismo a produrre insulina. Il Big Mac contiene anche quantità elevate di sale e glucosio, correlate a obesità, diabete e malattie cardiache. Ma Fast Food Menu Price punta il dito anche contro la digeribilità del Big Mac: in media, si impiegherebbero tre giorni per digerirlo completamente. Ma cosa succede nel dettaglio? Ecco le varie fasi:

STEP 1 – Nei primi 10 minuti: il nostro cervello preferisce cibi ipercalorici. Il nostro cervello si è evoluto nel corso del tempo e, dovendo affrontare la scarsità di cibo, è diventato propenso ad accettare i cibi super calorici. Un Big Mac normale (con formaggio e salse) contiene circa 540 calorie e aumenta in modo esorbitante il livello di zuccheri nel sangue. Il cibo spazzatura mette in moto il “gioco della ricompensa” rilasciando sostanze chimiche del buonumore, che accendono le sensazioni di piacere. Un processo simile si ha quando si assumono droghe come la cocaina ed è ciò che, con ogni probabilità, determina la tendenza a mangiare in modo compulsivo e incontrollato.

STEP 2 – Dopo 20 minuti: gli zuccheri che creano dipendenza. Sapevi che il Big Mac ha alte concentrazioni di “sciroppo di glucosio fruttosio” (High Fructose Corn Syrup) e di sodio? Entrambi gli ingredienti possono creare dipendenza e portare il tuo corpo a desiderare sempre di più quel cibo. Gli stessi ingredienti possono, alla lunga, esporre il soggetto al rischio di diabete, obesità e problemi cardiaci.

STEP 3 – Dopo 30 minuti: l’attacco di sodio. Un Big Mac medio americano contiene 970 milligrammi di sodio. Questa enorme quantità di sale può portare alla disidratazione. Con sintomi simili a quelli della fame, è facile per la disidratazione ingannarti e spingerti a pensare che tu debba mangiare più cibo. Inoltre, un’assunzione simile di sodio rende difficile per i tuoi reni eliminare il sale. Ad aggravare la situazione c’è anche questo fatto: l’overdose di sodio fa lavorare più velocemente il tuo cuore. Ciò causa un innalzamento di pressione e può anche, in alcuni casi, portare il soggetto a soffrire di un problema cardiaco.

STEP 4 – Dopo 40 minuti: si desidera altro cibo! Ti senti ancora affamato dopo aver mangiato un Big Mac? Questo accade perché hai perso il controllo sull’innalzamento degli zuccheri nel sangue e ciò non ha fatto altro che portarti a desiderare di mangiare altro cibo, possibilmente “quel” cibo. Quando consumi un pasto molto calorico, la risposta insulinica può far crollare i tuoi livelli di glucosio facendoti sentire la necessità di mangiare di più. Inoltre, lo sciroppo di glucosio fruttosio contenuto nel panino viene subito assorbito, determinando un’impennata di insulina e un attacco di fame (con annessi crampi) ancora più incontrollato.

STEP 5 – Dopo 60 minuti: la digestione lenta. Normalmente il corpo impiega dalle 24 alle 72 ore per digerire il cibo. Ma un Big Mac può impiegare di più, essendo i due hamburger molto grassi. Solitamente si impiegano circa tre giorni per digerirlo completamente. Ci vogliono 51 giorni per digerire gli acidi grassi.

E un Big Mac americano ne contiene in media 1,5 grammi. Vari studi hanno provato che questo genere di grassi può essere collegato all’insorgere di problemi cardiaci, obesità, cancro e diabete.

E, a proposito delle calorie, si legge: «È spaventoso pensarci. E quando ci si pensa in relazione al Big Mac, è ancora più spaventoso. Per fare un esempio: tu hai bisogno di assumere circa 2000 calorie al giorno. Il Big Mac ne contiene più di un quarto. Esattamente. Questo panino contiene 540 calorie: il 38% del totale che una donna dovrebbe assumere».

E per quanto riguarda i grassi, anche da questo punto di vista il panino lascia a desiderare: «Con una dieta di 2000 calorie al giorno, dovreste limitarvi a 60 grammi di grassi, 20 dei quali saturi. Ora diamo un’occhiata al nostro hamburger: il Big Mac contiene 29 grammi di grassi, di cui 10 saturi. È circa la metà del fabbisogno giornaliero!».

Se vuoi mangiare un Big Mac cerca di farlo in rare occasioni. Gli ingredienti possono seriamente danneggiare la tua salute, soprattutto se consumati regolarmente.

 

 

 

(ilnavigatorecurioso.it)

 

POMODORI e NICKEL: in arrivo i pomodori “Nickel free”

Pomodori e Nickel

 

 

 

NICKEL NEI POMODORI: l’allergia colpisce il 10-15% della popolazione con punte fino al 28% tra le donne.

In arrivo i pomodori NICKEL-FREE  “made in Puglia”

 

 

 

 

 

L’allergia al nickel colpisce il 10-15% delle popolazione con punte fino al 28% tra le donne, può rendere la vita davvero complicata, tra privazioni a tavola e costante attenzione agli oggetti utilizzati. Il nickel, infatti, è un metallo altamente resistente all’aria e all’acqua. È presente nel suolo, nell’acqua, nei substrati vegetali in concentrazioni che variano a seconda del terreno, del grado di inquinamento industriale, dei pesticidi o fertilizzanti utilizzati.

Oggi una speranza arriva da uno studio ‘made in Puglia’ che ha messo a punto grazie ad una sperimentazione esclusiva pomodori e pasta ‘nickel-free’.

Il progetto, di fatto, è già partito con la positiva esperienza portata dai pazienti con storia documentata di sindrome sistemica da nickel che, volontariamente, hanno deciso di sostenere, con piena soddisfazione e senza alcun esito collaterale, la prova della passata di pomodoro ‘nickel-free’. E dopo il pomodoro e la pasta che, nei prossimi mesi, potranno essere prodotti in larga scala e commercializzati, si passerà ben presto alla produzione controllata di pomodoro fresco, di alcuni ortofrutticoli freschi di IV gamma e di pasta prodotta con farine derivanti da grani selezionati anche a basso contenuto di glutine.

A realizzare il progetto, che ha focalizzato l’attenzione sul grano e sul pomodoro, alimenti – soprattutto quest’ultimo – ad elevata concentrazione di nickel, è stato un gruppo di lavoro (già in precedenza insediatosi presso la Asl di Lecce) formato dai ricercatori del dipartimento di Scienze del Suolo, delle Piante e degli Alimenti dell’Università ‘A. Moro’ di Bari, dell’Istituto Agronomico Mediterraneo di Bari, dell’Istituto di Scienze delle Produzioni Alimentari-Cnr e del dipartimento di Ingegneria dell’Innovazione dell’Università del Salento.

L’allergia al nickel si può manifestare come dermatite allergica da contatto (Dac) o attraverso un’altra forma patologica definita, già nel 2006, Sindrome sistemica da allergia al nickel (Snas), caratterizzata da disturbi generalizzati a carico di organi e apparati differenti, che possono presentarsi isolatamente o in varia associazione tra di loro. Questi disturbi possono interessare:

  1. il sistema gastrointestinale (vomito, diarrea o stipsi, gonfiore addominale),
  2. il sistema respiratorio (asma o rinite),
  3. il sistema neurologico (cefalee o disturbi neuroastenici).

La cura principale, al momento, consiste solo nell’evitare alimenti e oggetti contenenti nickel. Ecco perché la lista dei cibi concessi è estremamente limitata.

Dopo la messa a punto di pratiche agronomiche per la produzione in campo accuratamente vagliate a partire dall’analisi dei terreni di coltura, gli scienziati sono giunti alla produzione di pomodoro contenente una quantità di nickel compresa tra 0,25 e 0,40 mg/kg di sostanza secca (ss), irrisoria se confrontata con le concentrazioni di metallo attribuite al pomodoro fresco e ordinariamente stimate a più di 1 mg/Kg di alimento, con oscillazioni in eccesso anche significative variabili in funzione dei terreni di provenienza e delle pratiche di coltivazione (concimazioni o trattamenti antiparassitari).

Sono state scelte 5 varietà di piante, coltivate utilizzando fertilizzanti inorganici ed antiparassitari a basso contenuto di metallo. La passata di pomodoro, successivamente prodotta, è risultata con una concentrazione di nichel compresa tra 0,38 e 0,69 mg/kg s.s. (le passate di pomodoro in commercio solitamente contengono nickel in concentrazioni ben superiori a 1 mg/Kg di prodotto). Stesso procedimento è stato seguito per il grano, risultato alla fine con una concentrazione di nickel compresa tra 0,14 e 1,21 mg/kg ss.

I prodotti derivati da tali procedimento, quindi, ben lungi dall’essere frutto di tecniche di manipolazione, non presentano alcuna modifica genetica, ma sono stati ottenuti, dopo aver accuratamente selezionato cultivar a bassa capacità estrattiva (di metallo dal suolo), mediante l’applicazione di tecniche agronomiche che hanno tenuto conto del quantitativo di nickel nel terreno ma anche nei fertilizzanti e negli eventuali antiparassitari. Ottenute le produzioni, sono stati avviati gli studi clinici in vitro e in vivo per valutare la tollerabilità degli alimenti low-nickel su pazienti affetti da Sindrome sistemica da allergia al nickel (Snas).

La salsa a basso contenuto di nickel essiccata e una normale salsa commerciale sono state utilizzate come substrati per effettuare test di stimolazione in provetta sulla componente immunitaria circolante (cellule della frazione mononucleata) nel sangue prelevato dai pazienti volontari. I risultati preliminari hanno mostrato, durante la stimolazione con la salsa nickel-free, una tendenziale diminuzione della produzione di mediatori dell’infiammazione (IL-6) da parte delle cellule mononucleate circolanti, cosa che, invece, non è avvenuta con la salsa tradizionale.

Per studiare gli effetti degli alimenti funzionali direttamente sui pazienti, è in corso il monitoraggio del quadro clinico di un ampio gruppo di soggetti volontari, provenienti da aree territoriali diverse, che hanno utilizzato salsa di pomodoro a basso contenuto di nickel senza avere, al momento, manifestato alcun disturbo di quelli classicamente riferibili alla Snas.

“L’obiettivo del progetto – spiega Mauro Minelli, primo ideatore del progetto – oltre a quello di rendere disponibili sul mercato alimenti ‘nickel-free’ sicuri ed affidabili, come d’altro canto avviene per quelli senza glutine, è definire, nella complessità che lo caratterizza dal punto di vista eziologico, patogenetico, clinico e gestionale, il quadro sintomatologico (piuttosto composito e variegato) di una sindrome in forte progressione epidemiologica”.

La complessità del quadro clinico – aggiunge Minelli – unitamente alla difficile gestione nutrizionale, implica che non può essere un solo specialista a gestire questa patologia, che potrà, invece, essere efficacemente affrontata e risolta solo grazie al lavoro integrato di una équipe esperta composta da competenze diverse tra loro connesse e sintonizzate”.

“Dalle applicazioni del Gruppo di studio – conclude l’esperto – è anche emersa la necessità di valutare, con la necessaria compartecipazione al progetto di Specialisti in Endocrinologia e Malattie Metaboliche, la possibile interferenza endocrina del nickel, considerando l’incidenza particolarmente significativa di disfunzioni tiroidee e pancreatiche nei pazienti con storia evoluta di Snas”.

 

(adnkronos)