27 alimenti più alcalini che rinforzano il nostro sistema immunitario

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 I  cibi  che consumiamo ogni giorno giocano un ruolo fondamentale nell’aumento o nella riduzione del pH del corpo: alcuni alimenti sono più alcalini di altri, di seguito ti elenchiamo i migliori. Il corpo umano è un organismo che deve essere alcalino. Consumando alimenti acidi, il pH del sangue può alterare i livelli alcalini, influendo negativamente sul sistema immunitario ed esponendoci a vari rischi, fra cui il cancro. Per mantenere i livelli di pH del sangue negli intervalli adeguati, è importante condurre un’alimentazione sana. Consumare più alimenti alcalini aiuta a cambiare il pH del corpo, dando ossigeno al sistema.

Gli alimenti più alcalini

  1. Bietola: oltre ad essere alcalina, possiede proprietà antibatteriche e antivirali
  2. Melone: ottima anche per la pulizia del colon
  3. Grano saraceno: molto utile per prevenire malattie cardiovascolari
  4. Olio d’oliva: ricco di acidi grassi monoinsaturi e vitamina E
  5. Semi di lino: ricchi di fibra e vitamina E
  6. Avocado: ottimo per la salute del cuore
  7. Banane: danno energia, sono ricche di potassio e minerali
  8. Bacche: hanno un grande contenuto di antiossidanti
  9. Carote: ricche di beta-carotene, proteggono la vista
  10. Aglio: aiuta a regolare la pressione sanguigna
  11. Broccoli: ottimi per abbassare il colesterolo
  12. Uva: ricche di vitamine e antiossidanti
  13. Ananas: contribuisce alla perdita di peso
  14. Germogli di erba medica: ricchi di enzimi che ristabiliscono l’equilibrio ormonale
  15. Limoni: uno degli alimenti più alcalini, ricco di vitamina C
  16. Cavoli di Bruxelles: collaborano nella prevenzione del cancro
  17. Crauti: gli alimenti fermentati sono ricchi di probiotici
  18. Cavolfiore: ottimo sostituto naturale del pane
  19. Pompelmo: ottima fonte di vitamine A e C
  20. Alghe: ricche di ferro
  21. Quinoa: ristabilisce i livelli di glucosio nel sangue
  22. Cetriolo: ricchissimo d’acqua
  23. Prezzemolo: depura l’intestino
  24. Mango: eccellente per depurare il colon
  25. Spinaci: sono ricchi di vitamine
  26. Arance: ricche di vitamina C
  27. Papaia: ottima per depurare il colon.

Fonte: rimedionaturale

 

Olio di Palma: utilizzato per merendine, biscotti, craker, grissini e simili. E’ ufficiale (EFSA), è tossico

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Lo ha comunicato la EFSA,  l’Autorità per la sicurezza alimentare europea, e come riporta Il FattoAlimentare.it :

“L’olio di palma contiene tre sostanze tossiche (una delle quali classificata come genotossica e cancerogena) per cui il consumo di prodotti alimentari con discrete quantità di grasso tropicale viene sconsigliato soprattutto a bambini e adolescenti.” 

Il consumo che in Italia si fa di alimenti che contengono questo olio è davvero spropositato, decisamente oltre le dosi massime sopportate dal nostro organismo. Si tratta di 12 grammi al giorno pro capite, visto che l’olio di palma è il grasso usato da una moltitudine di aziende che producono merendine, biscotti, grissini, cracker, fette biscottate, prodotti da forno e decine di altri alimenti.

Qui vi riportiamo una lista non completa di alcuni marchi più famosi che ne fanno uso, ma per la vostra salute è sempre bene verificare sulle etichette riportate sui prodotti che state per acquistare:

  • NESTLÉ:tutti i suoi prodotti, compresi quelli della MOTTA(Buondì, Girelle, etc.)
  • MULINO BIANCO: pane, cracker, biscotti, merendine
  • KNORR: dadi da brodo
  • STAR: dadi da brodo
  • LINEA COOP: dadi da brodo, cracker, merendine
  • KRAFT: tutti i prodotti della SAIWA (compresa la linea VitaSnella)
  • BARILLA: i sughi freschi che trovate nel banco frigo (sulla confezione scrivono con olio extravergine di oliva, ma se leggete gli ingredienti il primo a comparire è proprio l’olio di palma)
  • PAVESI: biscotti, cracker
  • WAFER LOACKER
  • CROSTINI BARILLA

Pubblicato il 04/05/2016

Fonte: Qui

 

PIZZA: in due pizze su tre, mozzarella lituana e salsa cinese (COLDIRETTI).

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Nel 2015 sono infatti aumentate del 379% le importazioni di concentrato di pomodoro dalla Cina che hanno raggiunto circa 67 milioni di chili nel 2015, pari a circa il 10 per cento della produzione nazionale in pomodoro fresco equivalente, ma a crescere del 279% sono state anche le importazioni di olio di oliva dalla Tunisia –

Dalla mozzarella lituana al concentrato di pomodoro cinese, ma c`è anche l`olio tunisino e il grano canadese nelle quasi due pizze su tre servite in Italia che sono ottenute da un mix di ingredienti provenienti da migliaia di chilometri di distanza senza alcuna indicazione per i consumatori. E` quanto emerge dal Dossier Coldiretti presentato in occasione della mobilitazione degli agricoltori italiani con i trattori a Napoli a difesa della dieta mediterranea dove è stato fatto il confronto con la vera pizza 100% italiana. Nel 2015 sono infatti aumentate del 379% le importazioni di concentrato di pomodoro dalla Cina che hanno raggiunto circa 67 milioni di chili nel 2015, pari a circa il 10 per cento della produzione nazionale in pomodoro fresco equivalente, ma a crescere del 279% sono state anche le importazioni di olio di oliva dalla Tunisia mentre c`è stato un incremento del 17% dei prodotti caseari destinati alla trasformazione industriale e, tra queste, soprattutto le cagliate provenienti dalla Lituania e destinate a produrre mozzarelle senza alcuna indicazione sulla reale origine in etichetta. Ed i primi dati del gennaio 2016 non sono incoraggianti con l`aumento di mille tonnellate delle importazioni di grano tenero straniero. In particolare – precisa la Coldiretti – è stata proprio la Campania la regione principale di destinazione del concentrato cinese e delle cagliate industriali per sfruttare impropriamente l`immagine di qualità conquistata nell’alimentare. La pizza sviluppa un fatturato di 10 miliardi di euro in Italia, dove ogni giorno si sfornano circa 5 milioni di pizze per un totale di 1,8 miliardi all’anno che in termini di ingredienti significa – stima la Coldiretti – 200 milioni di chili di farina, 225 milioni di chili di mozzarella, 30 milioni di chili di olio di oliva e 260 milioni di chili di salsa di pomodoro. “Il riconoscimento dell`UNESCO avrebbe dunque un valore straordinario per l’Italia che è il Paese dove più radicata è la cultura alimentare e la pizza rappresenta un simbolo dell`identità nazionale”, ha affermato il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo nel sottolineare che “è chiaro che garantire l`origine nazionale degli ingredienti e le modalità di lavorazione significa difendere un pezzo della nostra storia, ma anche la sua distintività nei confronti della concorrenza sleale”. La petizione a sostegno della candidatura dell`arte dei pizzaioli napoletani a patrimonio immateriale dell`UNESCO ha superato l`obiettivo record di un milione di firme raccolte in tutti i continenti, quasi la metà delle quali raccolte grazie all`impegno della rete dei mercati degli agricoltori di Campagna Amica lungo tutta la Penisola, ma anche in occasione di Expo dove il 25 giugno 2015 l`Italia ha conquistato il record mondiale ufficiale di lunghezza della pizza di 1595,45 metri che è stato iscritto nel Guinness World Records.

 

Fonte: http://www.rainews.it

 

 

Aprile 2016

In arrivo dal Giappone la “pelle elettronica” per misurare le condizioni di salute

Pelle

Scienziati giapponesi hanno sviluppato uno strato ultrasottile di ‘pelle elettronica‘ in grado di misurare i livelli di ossigeno nel corpo. Una soluzione che, fanno sapere gli esperti dell’Università di Tokyo sulla rivista ‘Science Advances‘, potrà essere utile nel monitoraggio delle condizioni di salute dei pazienti sottoposti a interventi chirurgici delicatissimi, come i trapianti. In cui è essenziale un controllo costante dei valori di ossigenazione.

I test eseguiti su volontari hanno dimostrato che la ‘pelle elettronica’ può fornire una misurazione stabile delle concentrazioni di ossigeno nel corpo. Il device contiene componenti micro-elettronici che si illuminano di rosso, blu o verde e si sta lavorando anche a un sistema per inserire numeri e lettere. “Il dispositivo, sistemato sulle dita del paziente, misura in maniera non intrusiva i livelli di ossigeno e un giorno potrà essere anche sistemato attorno agli organi”, assicura il ricercatore Tomoyuki Yokota.

Approfondisci qui: http://www.theverge.com

Tracce di sostanze tossiche nel sangue, le analisi allarmano 250 mila veneti.

Sangue avvelenato

Studio della Regione e dell’Iss su un campione di residenti nei 29 Comuni dell’area tra Vicenza, Padova e Verona

VENEZIA Ricordate la storia di Erin Brockovich, che valse l’Oscar a Julia Roberts? Ecco, qui non c’è una segretaria precaria che trascina in giudizio la Pacific Gas & Electric per la contaminazione trentennale del cromo esavalente nelle acque di Hinkley, costringendo il colosso dell’energia a pagare il più ingente risarcimento nella storia degli Stati Uniti d’America. O almeno, questa è una pagina che dev’essere ancora scritta, visto che siamo soltanto ai primi risultati dello studio di biomonitoraggio realizzato dalla Regione con l’Istituto superiore di sanità (Iss).

Ma tali esiti sono comunque allarmanti: nel sangue di 507 veneti esposti all’inquinamento delle falde acquifere da sostanze perfluoroalchiliche (Pfas), dovuto ai quarantennali sversamenti dell’azienda chimica Miteni di Trissino, sono state rilevate concentrazioni «significativamente superiori» rispetto al resto della popolazione, al punto che ora scatterà una maxi-campagna sanitaria dedicata a 250 mila residenti fra le province di Vicenza, Verona e Padova.

L’annuncio è stato dato mercoledì a Venezia, dal tavolo che per l’appunto ha riunito Regione e Iss, ma anche l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms). Premessa di Luca Coletto, assessore regionale alla Sanità: «In questa vicenda i cittadini del Veneto sono parte lesa. Per questo non abbiamo lesinato impegno e risorse». Così dopo la (casuale) scoperta dell’anomalia idrica, avvenuta nel corso di una ricerca condotta dal Cnr nel 2013, Palazzo Balbi ha avviato due linee di sorveglianza: ambientale e sanitaria. Sul primo fronte «è stata identificata la fonte contaminante ed è stata delimitata l’estensione della contaminazione», mettendo in sicurezza l’acqua potabile già da luglio di quell’anno attraverso filtri a carboni attivi e promuovendo nel 2014 la mappatura dei pozzi privati a uso potabile, tanto che l’indagine dell’Arpav ha riguardato un’area di oltre 300 chilometri quadrati e ha comportato l’analisi di più di 1.800 prelievi d’acqua. Sul secondo piano è stato invece avviato con un monitoraggio sierologico sulla popolazione, nella consapevolezza che gli elementi incriminati sono «molto persistenti, molto bioaccumulabili, tossici» e caratterizzati da una «eliminazione lenta con riassorbimento a livello renale» (traduzione di Loredana Musmeci, direttore del Dipartimento ambiente dell’Iss: «Per smaltirli l’organismo, soprattutto per i maschi, ha bisogno di due-quattro anni»).

Per questo sono stati arruolati 257 residenti nei centri ad alto impatto (Montecchio Maggiore, Lonigo, Brendola, Creazzo, Altavilla Vicentina, Sovizzo e Sarego) e altri 250 abitanti in località scelte per un raffronto (Mozzecane, Dueville, Carmignano, Fontaniva, Loreggia, Resana e Treviso). Inoltre sono stati selezionati 120 dipendenti di aziende zootecniche. Se per questi ultimi l’esame è ancora in corso, per la popolazione generale le analisi iniziate ad ottobre sono state ultimate una settimana fa. Ebbene: la ricerca di una dozzina di biomarcatori, appartenenti alla famiglia delle Pfas, soprattutto per gli analiti Pfos e Pfoa si è conclusa con risultati maggiori nel campione dei Comuni sotto attacco ri spetto a quelli di confronto («il rapporto è di 10 a 1») e, all’interno dell’area più a rischio, con esiti più rilevanti nel territorio dell’Usl 5, quella dello stabilimento Miteni, piuttosto che nell’Usl 6 («la superiorità è di 60-70 volte»). Domanda: quanto nocive sono queste sostanze? Marco Martuzzi, epidemiologo del Centro ambiente e salute dell’Oms a Bonn, prende a riferimento la scala dell’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro: «Sono classificate come “2B”, dunque potenzialmente cancerogene. Questo significa che, allo stato, i loro effetti sulla salute non sono conclamati, ma nell’incertezza occorre agire prontamente, come ha ben fatto il Veneto. I sindaci sono preoccupati per danni economici, ma purtroppo il principio del “chi inquina, paga” non ha trovato applicazione, visto che la materia non è completamente normata».

I limiti sono previsti dalla legge solo per le acque superficiali e potabili, non per quelle di scarico. «Su richiesta della Regione abbiamo indicato una soglia di 0,03-0,05 microgrammi per litro, come per la potabilità, ma il nostro parere non è cogente, deve intervenire il ministero dell’Ambiente», sottolinea Musmeci. La giunta Zaia valuterà comunque «l’azione di responsabilità e la promozione dell’area a sito di bonifica di interesse nazionale». Ma all’opposizione non basta. Pd, Moretti Presidente, M5S e tosiani ritengono «uno sgarbo istituzionale incomprensibile» la mancata divulgazione dei dati nella recente seduta straordinaria del consiglio regionale. «Avevamo ragione noi», rivendica il pentastellato Manuel Brusco. «Ho già coinvolto anche la commissione parlamentare di inchiesta sugli ecoreati perché si affianchi alla magistratura e faccia da pungolo nella ricerca dei responsabili», anticipa il deputato dem Federico Ginato.

 

Fonte: corrieredelveneto

 

Il problema delle falde acquifere inquinate era già stato segnalato da tempo. Vedi qui. Siamo sempre e costantemente avvelenati a nostra insaputa e cosa facciamo per tutelare la nostra salute ? Niente  Adesso se ne sono accorti nel Veneto e quello che succede nella nostra Regione ? Che cosa sappiamo ?

 

Trivelle e danni ambientali

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Nella perforazione di un pozzo alla ricerca di metano la piattaforma Paguro fora accidentalmente un giacimento di gas a pressione altissima. L’esplosione fa un cratere di 33 metri e divora letteralmente la struttura che 24 ore dopo cola a picco. Oggi il relitto è un sito d’immersione

Il rischio di un incidente nell’Adriatico, per quanto possibile, è assai remoto”, sostiene il premier Matteo Renzi quando definisce il referendum sulle trivelle del 17 aprile “una bufala”. Eppure nella storia nazionale della coltivazione di idrocarburi c’è almeno un precedente che dovrebbe indurre alla moderazione chi va in giro sbandierando la sicurezza degli impianti offshore. E’ la storia del Paguro, la piattaforma Agip installata al largo di Ravenna che il 29 settembre del 1965 si inabissò in mare avvolta da una nube di fuoco dopo essere stata consumata per 24 ore da fiamme alte decine di metri.

La tragedia portò alla morte di tre tecnici: Pietro PeriArturo Biagini e Bernardo Gervasoni e alla cifra record di tre miliardi e settecento milioni di lire pagata come risarcimento da Eni.

Ecco come le cronache dei tempi descrivevano la tragedia: “Una lingua di fuoco sul filo dell’orizzonte, una macchia rossa che taglia in due il grigio uniforme del cielo e del mare”. Il 30 settembre 1965 Aristide Selmi racconta ai lettori del Corriere dell’Informazione la scena che si trova davanti agli occhi: “Laddove l’isola galleggiante aveva piantato la sua base di ricerca, ora fiammate alte 40 metri sprizzano dall’acqua. Nessuno può avvicinarsi. Il calore è infernale. Si calcola che ogni minuto brucino cinquemila metri cubi di gas”.

Approfondisci qui: Trivelle e danni ambientali

Pane avvelenato nelle scuole: maxi sequestro in tutta Italia

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Metalli pesanti e micotossine nel pane e nella pasta dei bimbi. La Forestale ha denunciato per frode nell’esercizio del commercio e somministrazione di sostanze alterate 14 imprenditori pugliesi e del Centro-Nord Italia, Sequestrati oltre 10.000 quintali di semola ricavata da grano non italiano.Ancora uno scandalo in tema di sicurezza alimentare. Gli uomini del Corpo forestale dello Stato della Puglia hanno denunciato per frode nell’esercizio del commercio e somministrazione di sostanze alterate 14 imprenditori pugliesi e del Centro-Nord Italia e hanno sequestrato oltre 10 mila quintali di semola, ricavata essenzialmente da grano non italiano. L’indagine, durata circa due anni — diretta dalla Procura di Trani — avrebbe accertato che pasta, pane e merende, destinate ai pasti nelle scuole con bimbi dai 2 ai 3 anni, presentava livelli di piombo superiori ai limiti consentiti. Erano presenti anche micotossine (deossinivalenolo), in due formati di pasta che ritraggono animali e autovetture. Infine, su più di un terzo del pane di semola di grano duro campionato, è stato rilevato il superamento dei limiti delle micotossine e di metalli pesanti (piombo e cadmio) previsti per i bimbi fino a 3 anni.

 

Approfondisci qui: http://corrieredelmezzogiorno

14/04/2016

Monete, bottoni e caramelle in gola: un bimbo a settimana perde la vita così.

BIMBO

Monete, caramelle, bottoni, parti di giocattoli, pile al litio che finiscono in gola, bloccando il respiro. Ogni settimana, in media, in Italia un bambino perde la vita a seguito dell’inalazione di cibo o corpi estranei, e questa rappresenta quasi un terzo delle cause di morte accidentale tra 0 e 4 anni, riducendosi poi a circa l’11% e il 5% rispettivamente nelle fasce d’età 5-9 anni e 10-14 anni. “Quella che potrebbe sembrare una fatalità ineluttabile ­- osserva Giuseppe Di Mauro, presidente della Società italiana di pediatria preventiva e sociale (Sipps) – è tuttavia un’emergenza che si può e si deve evitare, se si considera che il più delle volte questi eventi si svolgono sotto gli occhi sgomenti di un adulto impreparato a intervenire”.

“Per questa ragione – prosegue Di Mauro – è fondamentale investire nella prevenzione, che significa cultura della formazione, non solo di chi opera nell’ambito sanitario-assistenziale, ma anche dei comuni cittadini”. Da qui lo spunto per la realizzazione di un manuale, a cura di Francesco Pastore, pediatra di famiglia, formatore nazionale Pblsd (Pediatric Basic Life Support Defibrillation) e istruttore Aha (American Heart Association), con la collaborazione di Marco Squicciarini, esperto del ministero della Salute per le manovre di rianimazione in età pediatrica e istruttore Aha, del Gruppo di lavoro per il sostegno alla genitorialità Sipps e di altri medici, pediatri e laici (non medici) con esperienza pluriennale in questo campo.

ADNKRONS 13/04/2016

Auricolari: meglio non scambiarseli, ecco perché.

auricolari

Mi presti i tuoi auricolari? Be’ la prossima volta che qualcuno te lo chiede meglio pensarci prima di dire di sì. Perché? Perché, si legge su ‘Metro.co.uk, le tue orecchie, come quelle di chiunque, sono piene di cellule morte e batteri secondo uno studio condotto da ‘BuzzFeed’. Spesso il cerume è innocuo ma, essendo molto appiccicoso, intrappola germi e polvere.

Il fatto è che gli auricolari, oltre a stare nelle orecchie la maggior parte del tempo, stanno in borsa o nello zaino e nelle tasche. Condividerli vuol dire introdurre altri batteri.

La risposta, secondo Kelly Reynolds, professore associato di Salute ambientale presso la University of Arizona, è quello di pulirli regolarmente. Ciò significa disinfettarli prima e dopo aver condiviso e pulirli comunque una volta alla settimana con un batuffolo di cotone imbevuto di disinfettante a spruzzo o alcol denaturato

Farmaci, ritiro immediato dello spray anti-sinusite : Locabiotal

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L’Agenzia italiana del farmaco ha disposto il ritiro del medicinale Locabiotal* (indicato nel trattamento delle patologie delle alte vie respiratorie come sinusiti, riniti, rinofaringiti) sul mercato italiano. Una decisione che arriva dopo che il Gruppo di Coordinamento per le procedure di mutuo riconoscimento e decentrate per i medicinali ad uso umano (CMDh) ha approvato all’unanimità la revoca in tutta l’Unione europea delle autorizzazioni all’immissione in commercio degli spray a base di fusafungina. Fra le problematiche, la possibile insorgenza di gravi reazioni allergiche.

La decisione, si legge in una nota, è avvenuta a seguito di una rivalutazione da parte del Comitato di valutazione dei rischi per la farmacovigilanza dell’Ema (Prac), che ha concluso che i benefici di fusafungina non ne superano i rischi, “in particolare per la possibile insorgenza di gravi reazioni allergiche”. Inoltre, l’evidenza degli effetti benefici della fusafungina è debole e, in considerazione della natura lieve e auto-limitante delle infezioni delle vie aeree superiori, come la rinofaringite, i benefici non sono stati considerati superiori ai rischi.

L’Agenzia italiana del farmaco ha pertanto avviato la procedura di revoca per il medicinale “Locabiotal 50 mg/5 ml soluzione per via orale e nasale – flacone da 15 ml”, che è l’unico contenente fusafungina autorizzato in Italia. In attesa che la procedura di revoca si concluda entro il termine concordato a livello europeo, l’Aifa ha disposto il ritiro immediato delle confezioni presenti sul mercato italiano.

ADNKRONOS 01/04/2016